Dagli USA

Casa Bianca 2016. A ognuno i suoi imbarazzi

18-05-2016

Al traguardo della nomination democratica le mancano solo 92 delegati. Ma la strada resta in salita per Hillary. E non solo per la forza d'urto di Bernie Sanders e dei suoi sostenitori, che dopo le violenze in Nevada sembrano minacciare l'unità alla convention di Philadelphia.

 

WASHINGTON. Al traguardo della nomination democratica le mancano solo 92 delegati. Ma la strada resta in salita per Hillary. E non solo per la forza d'urto di Bernie Sanders e dei suoi sostenitori, che dopo le violenze in Nevada sembrano minacciare l'unità alla convention di Philadelphia. A mettere in difficoltà la Clinton ora è anche un video sulle sue "bugie" che sembra il contrappunto a quelle del presunto candidato repubblicano Donald Trump, ormai così sicuro della vittoria finale da proiettarsi in un faccia a faccia con il leader nordcoreano Kim Jong-un per fermare il suo programma nucleare. 

ha perso nettamente in Oregon (56% a 44%) e ha vinto di un soffio in Kentucky dopo un lungo testa a testa (46,8% a 46,3%). Il risultato, che si traduce in una divisione proporzionale dei delegati, non le impedisce però di avvicinarsi ulteriormente alla nomination, con ormai il 95% dei delegati necessari, ma conferma i molti punti deboli della sua candidatura, che non fa breccia in alcune fasce sociali, come i giovani, gli uomini bianchi, la working class. Uno dei motivi principali è che non viene percepita come sincera e quindi affidabile. Un'immagine rafforzata da un video di 13 minuti, postato su Youtube e rilanciato dal Washington Post, con tutte le sue retromarce, dai matrimoni gay all'emailgate, dal suo giudizio su Wall Street a quello sull'accordo commerciale Nafta firmato dal marito Bill quando era presidente. 

Il filmato, visto da circa 7 milioni di persone, trasmette la sensazione di una Hillary camaleontica. O che mente spudoratamente. Come quando raccontò che l'aereo su cui viaggiò da first lady in Bosnia nel '96 finì nel mirino di un cecchino. Poi fu smentita dalle immagini. 

Il duello delle primarie corrobora invece la forza della proposta di Sanders, che spera così di potersi ritagliare un ruolo come leader di sinistra nel partito, condizionandone la piattaforma alla convention. Per questo sta già scaldando i motori per il colpo grosso in California, dove ieri sera c'era il pienone per un suo comizio a Carson. ''Combatteremo sino all'ultimo voto fino al 14 giugno e poi faremo la nostra battaglia alla convention'', ha detto ad una folla esultante di migliaia di persone, promettendo di vincere anche in California. 

Il senatore del Vermont deve però stare attento a non spaventare l'opinione pubblica associando la sua rivoluzione politica socialista ai disordini causati dai suoi fan alla riunione del partito in Nevada dopo che gli sono stati negati 60 potenziali delegati. Sanders ha condannato ogni forma di violenza ma ha difeso i suoi supporter sostenendo che non sono inclini all'intimidazione e non sono stati trattati con ''correttezza e rispetto''. 

Ora si teme che i disordini possano ripetersi anche alla convention di Philadelphia, come già promettono alcuni suoi sostenitori, minacciando la necessaria unità dei democratici per consentire alla Clinton di sconfiggere Trump. Il tycoon, che ieri ha conquistato l'Oregon con il 66,7% in una corsa ormai solitaria, coglie la palla al balzo solidarizzando strumentalmente con Sanders nella convinzione, forse non del tutto errata, che molti dei suoi fan in novembre voteranno per lui. Ora gli mancano solo 62 delegati per la nomination. Poi pero' avra' bisogno di almeno un miliardo di dollari per la campagna presidenziale: ma per quella ha già detto addio all'autofinanziamento aprendo ai tanto vituperati super pac, i comitati per la raccolta fondi elettorali. 

Intanto ha firmato la pace con la popolare conduttrice di Fox News Megyn Kelly concedendole una intervista accomodante. E, in attesa di incontrare l'ex segretario di Stato americano Henry Kissinger, ha rilasciato una intervista sulla sua politica estera, dicendosi pronto a parlare con il leader nordcoreano Kim Jong-un per fermare il programma nucleare di Pyongyang. Ma anche a rinegoziare l'accordo di Parigi sul clima e a smantellare la riforma di Wall Street targata Obama. 

Infine ha reso nota la sua dichiarazione dei redditi: 557 milioni di dollari, con un aumento dei guadagni di 190 milioni di dollari. E ha ribadito che la sua fortuna è di oltre 10 miliardi di dollari, anche se secondo Forbes ne ha meno della metà. 

A questo punto anche l'ex first lady non ha potuto tirarsi indietro: oltre 5 milioni di dollari in royalty librarie e 1,5 milioni di dollari come ricompensa per i suoi discorsi. Oltre ai 5 milioni raccolti dal marito Bill da banche e aziende. Gran parte della ricchezza personale della 'Clinton Machine' è detenuta nel fondo Vanguard 500 e in un deposito alla JP Morgan, valutati rispettivamente 5 e 25 milioni. 

 

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