Dagli USA

Casa Bianca 2016. Ora Hillary ha il fiatone

23-05-2016

Mai come ora, a 168 giorni dalle elezioni, Donald Trump è sembrato così vicino alla Casa Bianca, coagulando contro ogni previsione gli umori di un'America arrabbiata, inquieta, anti-establishment. E rendendo apocalittici i timori dei suoi detrattori, dal filosofo Noam Chomsky ("E' questione di vita o di morte per la specie umana") al bluesman Ben Harper ("Non vivrei mai negli Stati Uniti di Donald Trump, me ne andrei in Francia").

 

WASHINGTON. Mai come ora, a 168 giorni dalle elezioni, Donald Trump è sembrato così vicino alla Casa Bianca, coagulando contro ogni previsione gli umori di un'America arrabbiata, inquieta, anti-establishment. E rendendo apocalittici i timori dei suoi detrattori, dal filosofo Noam Chomsky ("E' questione di vita o di morte per la specie umana") al bluesman Ben Harper ("Non vivrei mai negli Stati Uniti di Donald Trump, me ne andrei in Francia"). 

Hillary Clinton ostenta fiducia, ma nelle ultime settimane ha visto sciogliersi come neve al sole il suo vantaggio a due cifre sul tycoon, che adesso per la prima volta l'ha superata nella maggioranza e quindi anche nella media dei sondaggi, come ha decretato il sito RealClearPolitcs. Ora il magnate ha un margine medio di +0,2%, dopo che tre su cinque delle ultime rilevazioni gli concedono qualche punto in più sull'avversaria. 

A peggiorare le cose è il fatto che Hillary condivide con Trump un rating sfavorevole di quasi il 60%: non era mai successo nella storia moderna delle presidenziali che due candidati avessero una immagine così negativa, secondo il Nyt. Non solo. In tutti i sondaggi il suo rivale democratico Bernie Sanders è dato vittorioso su Trump con un ampio vantaggio, sino a 15 punti, e se il senatore del Vermont facesse il colpaccio in California il 7 giugno potrebbe davvero presentarsi alla convention di luglio come l'unico candidato che possa battere il "re del mattone" newyorkese. 

Infine, come se non bastasse, secondo alcuni analisti, l'Fbi starebbe chiudendo l'inchiesta sull'emailgate e potrebbe a breve interrogare l'ex segretario di Stato sull'uso del suo server privato per le comunicazioni istituzionali, con tutte le incognite del caso. La Clinton sorride nervosamente sulla Nbc: "I sondaggi così lontani dalle presidenziali non significano nulla". In parte ha ragione, perché generalmente i sondaggi nazionali diventano significativi solo dopo le due convention, e comunque non tengono conto di un sistema elettorale dove conta vincere nei singoli stati, soprattutto in quelli ora in bilico. Inoltre Hillary sconta anche la concorrenza sempre più agguerrita di Sanders, mentre Trump ha già ipotecato la nomination e i repubblicani hanno cominciato a fare quadrato su di lui. 

Ma i sondaggi indicano comunque una tendenza e sarebbe sciocco ignorarli. Tanto più che il senatore del Vermont sta alzando il tiro, cavalcando anche lui il sentimento anti establishment: dopo aver rotto con la presidente del comitato nazionale del partito democratico, accusandola di favorire la Clinton, ieri ha attaccato anche l'amministrazione Obama e la Camera dei deputati per il piano bipartisan di salvataggio finanziario di Porto Rico, territorio non incorporato degli Usa che ha debiti per 70 miliardi di dollari: "Peggiorerà la situazione. Basta trattare Porto Rico come una colonia". 

Un modo per corteggiare i "latinos" in vista dei caucus locali, quei latinoamericani che faranno la differenza anche in California e che finora sono stati uno degli elettorati più fedeli dell'ex First Lady. 

Hillary ha respinto pure l'ipotesi che i superdelegati, finora schierati in larghissima maggioranza con lei, possano cambiare idea, lasciandosi convincere dai sondaggi che Bernie Sanders abbia maggiori probabilità di sconfiggere il tycoon. "La gente nelle primarie ha votato in modo schiacciante per me, ho 3 milioni di voti in più, ho più delegati vincolati", ha risposto. Ma ora sa che per tentare di vincere non potrà fare a meno di Bernie e dei suoi elettori, molti dei quali tentati di votare Trump se non sarà Sanders il "nominee" democratico. Per questo, forse, se finora non ha voluto rispondere all'ipotesi di un ticket con lui, non l'ha neppure esclusa.

Ieri si sono visti i oprimi segni di compromesso nel partito democratico: Hillary Clinton e Bernie Sanders hanno concordato con i vertici Dem una nuova ripartizione dei membri della commissione incaricata di scrivere la piattaforma per la convention di luglio. L'ex segretario di Stato ne ha scelto sei, il senatore del Vermont cinque, compreso un attivista per i diritti dei palestinesi, un indizio che intende spingere la politica del partito su Israele in una direzione diversa, sottolinea il Wp. 

La distribuzione dei membri è stata fatta sulla base dei voti popolari ricevuti dai due candidati, ha spiegato un dirigente del partito. Altri quattro membri sono stati nominati dalla presidente del comitato nazionale del partito, Debbie Wasserman Schultz, che nei giorni scorsi Sanders aveva accusato di favorire Hillary. In base alle regole, la presidente ha il diritto di nominare tutti i 15 membri.

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