La politica

Referendum. Renzi attacca i politici del no

25-05-2016

 

ROMA. L'invito alla "sobrietà" dei toni del dibattito sulle riforme, lanciato da Giorgio Napolitano lunedì, cade nel vuoto. Così come quello di ieri di Pietro Grasso: l'invettiva ha preso piede nelle dichiarazioni sin dal mattino per poi crescere nelle parole del premier Matteo Renzi, che ha accusato Lega e M5s di "essere terrorizzati all'idea di perdere la poltrona", e infine trovare il suo apice in un duro comunicato dell'Anpi che allarga il suo "no" all'Italicum e dà uno stop ai dissidenti interni. 

Altro fronte è quello della "par condicio" richiesto alla Rai e al Garante delle Comunicazioni dai partiti di opposizione. Proprio la straripante presenza di Renzi sui media ha dato spunto a FI, con Maurizio Gasparri e Renato Brunetta, e a Sel per chiedere la convocazione della Vigilanza Rai per assicurare gli spazi Tv anche a chi è contro le riforme. Direttamente all'Agcom si sono rivolti prima il Comitato liberali per il No, poi l'Anpi nonché M5s e Fi. Una situazione inusuale perché la par condicio tecnicamente si applica 30 giorni prima delle urne, mentre al referendum mancano ben cinque mesi. In un clima già surriscaldato il presidente del Senato Piero Grasso si è fatto interprete dell'esigenza di un confronto più pacato, incentrato sui contenuti. 

Una impostazione fatta propria dall'ex premier Enrico Letta, che però ha accusato il governo di aver creato "il clima da corrida e l'iper-personalizzazione che rischia di trascinare tutto lontano dai contenuti e di fare del male al Paese". Matteo Renzi non si è fatto attendere: "Letta è stato un anno al governo e le riforme non si sono fatte, il presidente della Repubblica chiama me e le riforme si iniziano a fare anche con i voti di Ala". Un riferimento, quest'ultimo, alle polemiche sollevate dalle minoranze interne del Pd, che a loro volta replicano a muso duro, con Pierluigi Bersani e Gianni Cuperlo. Secondo quest'ultimo è stato Renzi ad aver trasformato il referendum nel congresso del Pd "nel momento stesso in cui ha scelto di far coincidere un'eventuale sconfitta in quel voto con l'abbandono della vita politica mentre la probabile vittoria è intesa come lo spartiacque di una nuova maggioranza politica", quella appunto con Verdini. Ma a temere questo tipo di impostazione del referendum sono anche diversi esponenti della maggioranza, da Marina Sereni, vicepresidente della Camera, a Pino Pisicchio, presidente del gruppo Misto, fino a Stefano Dambruoso, che invitano a discutere di contenuti. 

Anche Giorgio Napolitano si concentra su questi, ricordando le "debolezze fatali della seconda parte della Costituzione" come il bicameralismo paritario e la ""posizione di minorità dell'esecutivo nell'equilibrio dei poteri", elementi su cui si interviene con la riforma. 

Ma Renzi preferisce ancora l'approccio muscolare. Innanzitutto annuncia che gli accademici che sostengono il sì, dopo i 186 di ieri, diverranno presto mille. Inoltre non ci sarà un unico Comitato per il sì con un presidente, ma 10.000 Comitati locali. Il premier è poi stato irridente con Lega e M5s: "Sanno che se passa il Referendum uno su tre resta a casa. Sono terrorizzati di perdere la poltrona e vivere l'esperienza mistica di tornare a lavorare". 

Quanto ai contenuti con il Referendum si sceglie tra "inciuci e ammucchiate" da una parte e "bipolarismo e semplicità" dall'altra. Alle repliche dei partiti contrari alle riforme si unisce un Comunicato dell'Anpi, che definisce "intimidazioni e provocazioni" le critiche mossegli per il suo schierarsi per il no. In più l'Associazione annuncia l'impegno di "tutti gli iscritti a dedicare ogni impegno" in questa battaglia. Quanto ai dissidenti interni gli viene assicurata la "libertà di opinione" ma da essi si "pretendono comportamenti che non danneggino l'ANPI".

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