Dal Mondo

Nato. Quando De Gaulle disse no a Johnson

12-03-2009

PARIGI. Quella lettera del 1966 al presidente americano Lyndon B. Johnson - in cui annunciava l'uscita della Francia dal comando integrato della Nato in nome della ‘sovranità nazionale' - non fu un atto improvviso del generale Charles de Gaulle. Il capo dello Stato francese ci stava pensando e lavorando da anni. Già nel 1958, in una nota agli americani e agli inglesi, de Gaulle scriveva: "la Nato non corrisponde più alle necessità della nostra difesa ". Il generale voleva più autonomia e libertà all'interno dell'Alleanza atlantica - in particolare in materia nucleare - e più potere nelle strutture dirigenti della Nato. Quella nota non ricevette alcuna risposta. Fu tuttavia l'occasione e il pretesto che il generale stava cercando. De Gaulle decise così una strategia d'uscita dalla Nato, un passo dopo l' altro.
Nel marzo 1959 la flotta francese ormeggiata nel Mediterraneo si ritira dal comando della Nato. Nel maggio di quello stesso anno il generale annuncia il no allo stoccaggio in Francia di armi nucleari americane. Nel 1964 le forze navali francesi lasciano il comando integrato dell'Atlantico. Così, il 7 marzo 1966 parte la lettera a Johnson che sancisce la svolta. Il linguaggio è diretto, per niente diplomatico: "La Francia - scrive de Gaulle al collega americano - si propone di recuperare sul suo suolo l'intero esercizio della sua sovranità, attualmente ostacolata dalla presenza permanente di elementi militari alleati o dall' utilizzazione che viene fatta del suo spazio aereo.
La Francia si propone di cessare la sua partecipazione ai comandi integrati e di non mettere più forze a disposizione della Nato". De Gaulle, ricordando l'articolo 5 del trattato costitutivo della Nato del 1949, sottolineava che Parigi era comunque pronta a "combattere a fianco degli alleati nel caso di aggressione, non provocata, a uno di loro". Ma nel corso degli anni la Francia conserverà - a dispetto dell' immagine del de Gaulle che sbatte la porta alla Nato - legami stretti con l'Alleanza atlantica, più volte definiti e ridefiniti in accordi fra i rispettivi capi militari.
"Con il distacco dovuto, la svolta del 1966 appare dunque molto relativa", osserva lo storico Frederic Bozo, professore all' università di Parigi III, citato da Le Monde. Questo permette al quotidiano di affermare che sia la "rottura del 2009" - il rientro annunciato ieri da Nicolas Sarkozy - così come "la svolta del 1966" devono avere il giusto posto: "come la conclusione di un processo più che come l'inaugurazione di un'era veramente nuova". Il vero trauma della decisione del 1966 fu in realtà per quei territori francesi che dai primi anni '50 ospitavano 29 basi della Nato. Se ne andarono complessivamente circa 100.000 persone, fra militari americani e loro familiari.
Colpo duro per l' economia di quelle zone: il 16 ottobre di quell'anno ci fu una manifestazione a Parigi per ricordare che 18.000 posti di lavoro erano minacciati dalla chiusura della basi Nato. Il governo rispose con misure fiscali per aiutare le imprese in difficoltà.

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