Analisi e commenti

Le elezioni di Midterm e le prospettive della presidenza Obama. Un tè amaro per Barack

Di Giampiero Gramaglia*

30-10-2010

"Perdi, Barack, perdi! Così, nei prossimi due anni, farai faville e nel 2012 vincerai a man bassa, dopo esserti scontrato a fronte alta con un'opposizione repubblicana ‘prigioniera' del Tea Party e illusa dal suo successo. Se invece ti salvi per il rotto della cuffia, tenendo il controllo del Congresso con maggioranze risicate, ti toccherà poi giustificare un magro bottino di speranze non corrisposte. E lì rischi, anche se ti potrebbe sempre salvare la pochezza degli avversari".

Scaramanzie

È una lettura non convenzionale, e magari scaramantica, del test del voto di mid-term, martedì 2 novembre, cui il primo presidente nero degli Stati Uniti arriva con il fiato grosso: per tutta la campagna, i democratici hanno inseguito i repubblicani in testa nei sondaggi e non è affatto detto che li riagguantino sul filo di lana. Anche se quei qualunquisti conservatori del Tea Party, aspiranti evasori fiscali e con un'inclinazione al razzismo, corrono con l'handicap: il giorno delle elezioni, spesso si dimenticano di andare ai seggi.

Che cosa Barack Obama abbia combinato, in neppure due anni alla Casa Bianca, conterà probabilmente poco, nelle scelte di ‘midterm' degli americani: la riforma della sanità, nessuno l'ha ancora sperimentata - e, comunque, il saldo tra quelli contro e quelli a favore è sostanzialmente in pareggio; e il ‘reset' delle relazioni con la Russia, sinceramente, che gliene importa a uno che tiene famiglia e deve sbarcare il lunario?

Quello che conta sono le cose che il presidente non ha fatto. Soprattutto, non ha ‘aggiustato' l'economia: la crisi, scoppiata due mesi prima delle presidenziali 2008, lo aveva forse aiutato ad ottenere un'elezione trionfale (anche nel segno del ‘piove, governo ladro!'), ma gli ha poi avvelenato, finora, giorno dopo giorno tutto il mandato. E gli americani mica stanno di nuovo bene come nel 2008: magari, le banche sì, ma Mr Smith la casa non se l'è ancora ricomprata e il lavoro è pagato peggio. E, allora, presidente, datti una mossa: io ti avverto e, questa volta, voto repubblicano o, comunque, non vado a votare democratico. Del resto, perdere voti e seggi a metà mandato è tradizionale, qualsiasi sia l'amministrazione. A meno che, come accadde nel 2002, non ci si mettano di mezzo Bin Laden e le Torri Gemelle: l'entusiasmo della vittoria si smorza e la delusione affiora.

Che poi l'eccezione sono stati questi due anni e la regola saranno, probabilmente, i prossimi due. Capita di rado, infatti, che gli americani affidino tutto il potere a un solo partito: la Casa Bianca e Camera e Senato. Di solito, mescolano un po' le carte: Bill Clinton, per sei anni su otto, e pure George W. Bush - e molti altri prima di loro - dovettero arrangiarsi a mandare avanti gli Stati Uniti mediando con un Congresso che sfuggiva al loro controllo. Obama, che è un prammatico e non un ideologo, potrebbe cavarsela bene; e se poi non gli riuscisse di mediare, perché gli altri gli alzano le barricate, potrà sempre prendersela con loro nella prossima campagna.

Più politica estera

In attesa di conoscere i risultati, ma dando per scontato che il presidente sarà meno forte di oggi, proviamo, piuttosto, a immaginare che cosa cambierà, se cambierà qualcosa, nella politica estera degli Stati Uniti. Jonathan Laurence, professore di scienze politiche al Boston College, associato alla Brookings, commentatore ed editorialista, ritiene che Obama potrebbe essere indotto a farsi coinvolgere di più nelle questioni internazionali, perché lì potrebbe muoversi con minori pastoie che sul fronte interno.

Quindi, ad esempio, un Obama più impegnato in prima persona nei negoziati di pace mediorientali, pur con tutti i rischi d'insuccesso che essi comportano, e magari più teso a indurre la Cina a qualche ammorbidimento monetario e commerciale, prima ancora che sul terreno dei diritti umani. Invece, poco o nulla dovrebbe cambiare dell'atteggiamento americano verso l'Europa e, in particolare, verso l'Italia e neppure, lato ‘cattivi', verso l'Iran. Quanto all'Afghanistan, difficile immaginare che il presidente voglia ‘mostrare i muscoli', al di là del ‘surge' già fatto, su un fronte così rischioso, dove gli alleati hanno tendenza a defilarsi (al Vertice della Nato di Lisbona il 18 e 19 novembre, Olanda e Canada confermeranno la fine della loro partecipazione alle operazioni militari) ed a spostare l'impegno dal combattimento all'addestramento delle forze afghane.

Tutto come prima, o quasi, dunque? Laurence non la pensa così: una vittima il voto di mid-term potrebbe farla. Obama, infatti, potrebbe ritrovarsi senza la maggioranza necessaria a ratificare in Senato il nuovo trattato con la Russia sugli armamenti strategici: per lui e per tutta la sua politica nucleare, ispirata alla stella polare dell'opzione zero, sarebbe "una brutta batosta", anche perché, finora, il rilancio dei rapporti con la Russia è il risultato più concreto ottenuto in politica estera. Il no dei repubblicani alla ratifica non nascerebbe da divergenti valutazioni sulla sicurezza nazionale ma solo dall'intento di "mettere i bastoni fra le ruote" al presidente e fargli capire che l'orchestra del Congresso suona un'altra musica.

*Consigliere per la comunicazione dell'Istituto Affari Internazionali.

 

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