Dall'Italia

Sequestro Moro. Dopo 30 anni resta il mistero sui fatti di via Fani

16-03-2008

ROMA. 16 marzo 1978, ore 9,02: una Fiat 132 con a bordo il presidente della Dc Aldo Moro e il maresciallo dei carabinieri Oreste Leonardi, guidata dall'appuntato Domenico Ricci, percorre via Mario Fani, seguita dall'Alfetta con i tre agenti della scorta, Raffaele Jozzino, Giulio Rivera, Francesco Zizzi. Le due vetture sono partite, come quasi ogni mattina, dall'abitazione di Moro, in via del Forte Trionfale, e, seguendo il percorso abituale verso il centro, hanno raggiunto via Fani.
In via Fani, davanti al bar Olivetti (chiuso per il riposo settimanale), pochi metri prima dell'incrocio con via Stresa, una Fiat 128 con targa diplomatica frena bruscamente e viene tamponata dalle auto dei Moro, che restano bloccate. In tre minuti, un "commando" di brigatisti formato, almeno ‘ufficialmente', da nove persone (più una decima con funzioni solo di vedetta), vestiti con divise da aviatori civili, uccide gli uomini della scorta e sequestra il presidente della Dc. Solo Jozzino, ferito, riesce a sparare qualche colpo, inutilmente, prima di essere finito. I terroristi hanno sparato in tutto 91 colpi, 49 dei quali ad opera di un unico killer, che usava un'arma mai ritrovata. Un testimone esperto di tiro definirà quel brigatista "un tiratore scelto" che sparava come "Tex Willer". Forse era lo stesso uomo di cui alcuni testimoni dicono di aver sentito urlare frasi non in italiano. Sembra che nessun brigatista del commando avesse una tale ‘professionalità'. E nel suo romanzo-inchiesta "La borsa del presidente", Alberto Franceschini, uno dei fondatori delle Br, fa dire al suo protagonista: "Tex Willer non era uno dei nostri. Tex Willer era un esperto, un professionista,di quelli che in Italia li conti sulle dita di una mano. Uno così, non ce lo saremmo mai potuti permettere".
Sulla sua identità si sono fatte diverse ipotesi. Nel cosiddetto ‘volantone' diffuso dal ministero dell'Interno subito dopo la strage di via Fani con le foto di 20 sospetti di partecipazione all'azione terrorista, c'é anche Giustino De Vuono, calabrese, rapinatore ed ex volontario della Legione straniera, politicizzato in carcere. Anche Pecorelli, in una delle sue sibilline note, scrive: "Non diremo che il legionario si chiamava ‘De' e il macellaio Maurizio". Poi il Sismi affermava che De Vuono certamente non era in Italia nel periodo della strage (in commissione stragi, il col. Bonaventura ha sostenuto invece che era in carcere a Sciacca) e l'ex legionario viene prosciolto in istruttoria. Ad ottobre 1993 invece, lo stesso giorno dell'arresto di Germano Maccari (il ‘quarto uomo' di via Montalcini), esce la notizia che Saverio Morabito, un collaboratore di giustizia calabrese, ha raccontato ai giudici che tra i brigatisti in azione in via Fani ci sarebbe stato un boss della ‘ndrangheta, Antonio Nirta, detto ‘'due nasi" (dalle due canne della doppietta). Nirta, attraverso i suoi contatti con il gen. Delfino e i servizi segreti, sarebbe stato infiltrato nelle Brigate Rosse e sarebbe stato presente al sequestro dell'on. Moro. Della presenza di un calabrese in via Fani si era parlato già in una telefonata tra l'on. Cazora e Sereno Freato, collaboratore di Moro. Nella telefonata, Cazora dice che esponenti della ‘ndrangheta gli avevano chiesto di recuperare fotografie scattate in via Fani, in cui comparirebbe un personaggio a loro noto.
Il commando era formato da Valerio Morucci, Franco Bonisoli, Prospero Gallinari e Raffaele Fiore (il cosiddetto ‘gruppo di fuoco'), Mario Moretti e Bruno Seghetti (alla guida di due auto), Barbara Balzerani, Alvaro Lojacono e Alessio Casimirri (nel ruolo di ‘cancelletti'), più Rita Algranati che, più distante, doveva segnalare agitando un mazzo di fiori l'arrivo del corteo di auto con Moro a bordo. Molti testimoni hanno però parlato della presenza di due persone su una moto Honda. In più, nella ricostruzione ufficiale non quadra il fatto che tutti i terroristi avrebbero sparato da un solo lato, mentre una perizia (e alcune testimonianze) sembrerebbero dimostrare che uno dei killer era sul lato opposto.
Moro stava andando alla Camera, dove Andreotti avrebbe presentato il suo nuovo Governo, il primo con l'appoggio del Pci, nato proprio dal paziente e faticoso lavoro di Moro. All'angolo dell'agguato c'era di solito il furgone di un fioraio, ma quel giorno era rimasto a casa perchè aveva trovato il suo mezzo con tutte le ruote squarciate. Da un balcone, un testimone, carrozziere, scatta diverse foto. La moglie, giornalista dell'Asca, consegna il rollino al giudice Infelisi. Quelle foto però finirono stranamente smarrite' Alle 9,24 polizia e carabinieri dispongono posti di blocco sulle strade in uscita dalla città, mentre in via Fani sono arrivati i responsabili dell'ordine pubblico ed Eleonora Moro.
Lo statista, secondo la ricostruzione in seguito fatta da Morucci, con una "132" scortata da altre due vetture ha raggiunto Monte Mario. Il presidente della Dc viene trasferito su un furgoncino e con questo viene portato in un parcheggio sotterraneo in via dei Colli Portuensi e qui trasbordato su un' auto "blu" che lo porta nella "prigione" di via Montalcini. Alle 10:10 arriva all'Ansa la prima telefonata di rivendicazione delle Br. Nella giornata viene proclamato lo sciopero generale e centinaia di migliaia di persone manifestano a Roma e in tutte le più grandi città, mentre si susseguono i vertici a Palazzo Chigi, in questura, al Viminale. grandi città, mentre si susseguono i vertici a Palazzo Chigi, in questura, al Viminale. Il caos è aumentato dal fatto che i telefoni della zona, proprio in quel momento, rimangono muti. Un malfunzionamento dovuto, secondo la Sip, al sovraccarico delle linee.
In una vicenda che ha visto veggenti, "grandi vecchi" e sedute spiritiche, non può mancare, tra l'enorme mole di sospetti e ipotesi più o meno dietrologiche, la comparsa e scomparsa di accenni a liste che sembrano rinviare a quello che alcuni hanno chiamato lo "Stato parallelo".
CARTE CHE APPAIONO E SCOMPAIONO: l'8 maggio 1978 (il giorno prima dell'uccisione di Moro) un quotidiano parla, in prima pagina, di elenchi trovati nel covo di via Gradoli. Gli elenchi sarebbero due: uno con nomi di politici, militari, industriali e funzionari di enti pubblici, l'altro di esponenti locali Dc, a livello regionale, provinciale e comunale. Ci sono anche alcuni nomi del primo elenco: Loris Corbi, Beniamino Finocchiaro, Michele Principe, Publio Fiori. Del secondo elenco è citato solo Gerolamo Mechelli, la cui presenza viene però smentita dalla Digos, che così conferma implicitamente l'esistenza degli elenchi. Il giorno dopo, mentre tutti i giornali si occupano della vicenda, vengono fatti i nomi anche di Gustavo Selva e dell'on. Giacomo Sedati (Dc). Naturalmente si pensa ad una schedatura di potenziali vittime di attentati, ipotesi rafforzata dal fatto che Mechelli e Fiori erano stati già feriti dalle Br. Nel 1978 erano sconosciuti gli elenchi della P2 (trovati nel 1981), ma ora si può notare che, a parte Sedati, i nomi di altre cinque persone erano (a torto o a ragione) nelle liste della P2. Di questi elenchi non si è più parlato.
Un altro appunto spunta ad ottobre 1993. Ancora il Corriere della sera scrive che il gen. Francesco Delfino venne inviato nel 1978 ad Ankara come capo settore del Sismi, per allontanarlo dall'Italia, dove era in pericolo. Nel covo delle Brigate rosse di via Monte Nevoso sarebbe stato infatti trovato un documento con i nomi di Delfino, del colonnello Antonio Varisco (che fu poi ucciso dalle Br) e del capitano Antonio Cornacchia (anche il suo nome era negli elenchi di Gelli). Agli atti però questo appunto non risulta. Un informazione errata del giornalista?
Di nuovo, nel febbraio 2001, due consulenti della Commissione stragi acquisiscono dalla Digos di Roma due faldoni che sembrano legare un nuovo elenco di Gladio alla vicenda del ritrovamento delle carte di Aldo Moro in via Monte Nevoso. I due faldoni della Digos, classificati in passato con ‘segretissimo' recano le intestazioni: ‘A-4. Sequestro Moro - Covo di via Monte Nevoso - Rinvenimento del 9 ottobre 1990 - Carteggio' e ‘Sequestro Moro - Elenchi appartenenti Organizzazione Gladio''. Il secondo faldone contiene documentazione scambiata tra uffici diversi del Viminale per verificare informazioni sugli aderenti a Gladio i cui nomi, in ordine alfabetico, vengono riportati su fogli che recano l'intestazione "MOROELENCO". Anche il primo faldone contiene un elenco intestato però ‘MORONOMI' e riguardante persone che per logiche e incombenze diverse si erano occupate del sequestro Moro e delle carte di via Monte Nevoso. Da un primo esame, segnalano i due consulenti, ‘sembra che diversi nominativi oggetto di identificazione e notizie da parte della questura non figurino nel noto elenco dei 622'. Anche di questo non si è più parlato.

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