Economia

Le Borse in profondo rosso

25-08-2015

Non si capisce se Pechino stia giocando con il fuoco, scottandosi, o abbia una strategia precisa: in ogni caso gli interventi fuori tempo del governo cinese hanno affossato ancora le Borse locali trascinando al ribasso anche quella di Tokyo, mentre i mercati europei hanno chiaramente rimontato grazie al fuso orario che ha permesso di recepire tutte le mosse della banca centrale di Pechino, alla ripresa del prezzo del petrolio e ai dati macroeconomici di Stati Uniti e Germania.

 

MILANO. Non si capisce se Pechino stia giocando con il fuoco, scottandosi, o abbia una strategia precisa: in ogni caso gli interventi fuori tempo del governo cinese hanno affossato ancora le Borse locali trascinando al ribasso anche quella di Tokyo, mentre i mercati europei hanno chiaramente rimontato grazie al fuso orario che ha permesso di recepire tutte le mosse della banca centrale di Pechino, alla ripresa del prezzo del petrolio e ai dati macroeconomici di Stati Uniti e Germania.

Male invece la Borsa statunitense. L'ottimismo iniziale di Wall Street ha ceduto a fine giornata: il Dow Jones ha perso l'1,29% a 15.666,17 punti, il Nasdaq ha ceduto lo 0,44% a 4.506,49 punti mentre lo S&P 500 ha lasciato sul terreno l'1,34% a 1.867,83 punti.

Ora gli analisti si attendono il rimbalzo della Borse cinesi in profondo rosso ormai da sei giornate nelle quali hanno perso un quarto del loro valore. Nell'ultima seduta Shanghai ha ceduto il 7,63%, Shenzhen il 7% con un forte declino del titolo di Bank of China, che ha perso oltre otto punti percentuali. E a poco è servito il più massiccio intervento da oltre un anno e mezzo effettuato della People's Bank of China, che ha "pompato" nel mercato oltre 20 miliardi di euro.

L'iniezione di liquidità non ha placato la corrente di vendite: allora sono seguite le decisioni da parte di Pechino di tagliare i tassi dello 0,25% e il coefficiente di riserva obbligatorio per le banche dello 0,5%. Per le Borse cinesi e anche per Tokyo, che ha chiuso in calo di quasi il 4%, era ormai tardi, ma le mosse per quanto contraddittorie del governo del gigante asiatico (che alza i tassi dopo aver appena svalutato lo yuan) sono bastate alle Borse europee per cercare il recupero dopo il pesante crollo della vigilia.

Il rimbalzo è stato centrato in pieno: Milano si è mossa come la migliore tra i mercati maggiori del Vecchio continente con un rialzo finale del 5,8% rientrando di fatto per intero dalle perdite della seduta precedente. Molto bene anche Francoforte salita di quasi il 5% sostenuta dall'indice di fiducia Ifo delle imprese che continua a crescere, Parigi in rialzo di oltre quattro punti percentuali e Londra di oltre tre. Molto meglio ha fatto la piccola Atene con un aumento di oltre il 9% finale e forti acquisti sul settore del credito: Eurobank, Alpha, Pireus e National bank sono salite di quasi il 30%.

Ma anche in Piazza Affari le banche sono state protagoniste del recupero: Intesa SanPaolo è cresciuta dell'8,2%, Banco popolare del 7,2%, Unicredit del 6,8%, tutte con un netto sprint finale. E tutte legate a doppio filo alla vera sorpresa della giornata: in queste ore di forte turbolenza i titoli di Stato europei sono andati in tensione, ma hanno sofferto molto di più i bond a dieci anni di Germania (+13 punti base) e Francia (+14) rispetto a quelli dei Paesi tradizionalmente nel mirino della speculazione, che quindi registrano un calo degli spread: il Btp italiano ha segnato un aumento dei rendimenti di 8 "basis point", il prodotto spagnolo di 6, quello portoghese solo di 4.

E la risposta è ancora una sola: il mercato crede allo "scudo" della Bce, soprattutto dopo che il suo vicepresidente, Vitor Constancio, ha confermato come Francoforte sia "pronta a usare tutti gli strumenti disponibili entro il suo mandato per far fronte a cambiamenti sulle prospettive d'inflazione".

 

 

Quest'anno la Fed non alzerà i tassi

 

NEW YORK. Dilemma Cina per la Fed. Un possibile aumento dei tassi di interesse sembra allontanarsi: le chance che sia a settembre sono crollate dal 48% della scorsa settimana al 22% di lunedì, e quelle che una stretta arrivi entro l'anno sono scese, per la prima volta in mesi, sotto il 50%. E anzi voci eminenti invitano la banca centrale americana non solo a escludere una stretta, ma a ipotizzare il quarto round di "quantitative easing".

L'invito arriva da Lawrence Summers, l'ex segretario al Tesoro americano e uno dei candidati alla guida della Fed prima che venisse scelta Janet Yellen, e da Ray Dalio, il numero uno di Bridwater, il maggior hedge fund al mondo. A preoccupare i due big è l'inflazione, che resta bassa, lontano dal target del 2% della Fed e che potrebbe essere spinta ancora più in basso dal dollaro. Un aumento - a loro avviso - sarebbe un errore: servirebbe invece un nuovo round di acquisti titoli a sostegno dei prezzi.

Il dibattito sulle prossime mosse della Fed divide analisti ed economisti. Barclays ritiene che un aumento è ormai slittato al marzo del 2016: il prossimo anno è quello anche indicato dal Fondo Monetario Internazionale (Fmi). Morgan Stanley mantiene la sua previsione: la Fed si muoverà in dicembre, non farlo non rassicurerebbe i mercati, anzi li agiterebbe ancora di più.

Secondo altri, la Fed dovrebbe alzare i tassi a breve per evitare ulteriori problemi al sistema finanziario, la cui fragilità e disfunzionalità sono esacerbate dai tassi zero. Altri ancora ritengono che il rallentamento della Cina e il crollo della borsa cinese sia stato solo un "pretesto": i segnali di una correzione erano già visibili, Pechino li ha solo accentuati, ma la vera responsabile è la Fed. La Cina è un rischio non solo per gli Stati Uniti ma per l'economia globale. Questo anche a causa del suo elevato debito, schizzato da 7.000 miliardi di dollari nel 2007 a 28.000 miliardi di dollari del 2014, secondo uno studio della società di consulenza McKinsey riportato dal New York Times.

‘'Al 282% del pil, il debito cinese è ancora gestibile ma è maggiore di quello degli Stati Uniti o della Germania'' afferma McKinsey. Negli ultimi mesi gli "allarmi" su Pechino si sono moltiplicati: Kenneth Rogoff, professore di Harvard, lo sostiene da anni che la Cina è una minaccia. Lo ha fatto anche Henry Paulson, l'ex segretario al Tesoro americano: la ‘'domanda non è se, ma quando il sistema finanziario cinese si troverà ad affrontare l'ondata di perdite di credito e di ristrutturazioni del debito''. Il manager di hedge fund, James Chanos, afferma che ‘'qualsiasi cosa si possa pensare'' della Cina, ‘'è peggio''.

Anche la Banca Centrale Europea resta vigile sulla Cina, ma minimizza il crollo della Borsa del gigante asiatico, mentre teme di più gli effetti del calo del greggio. Sull'andamento dell'inflazione nell'Eurozona, "pesa di più il calo del petrolio", ha spiegato il vicepresidente della Bce, Vitor Constancio, parlando ad una conferenza a Mannheim, in Germania.  

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