Economia

Banche. Draghi sferza il cattivo credito

14-12-2015

 

BOLOGNA. Mario Draghi, l'architetto dell'unione bancaria e a ricaduta delle ristrutturazioni con perdite per i risparmiatori che agitano l'Italia, si tiene alla larga dal parlare dello scandalo delle quattro banche colpite. Ma esorta l'Italia (e alcuni partner dell'Eurozona) ad accelerare per un "rapido smaltimento" dei suoi 200 miliardi di crediti deteriorati, da oltre un anno tema incandescente di un braccio di ferro con la Ue sulla 'bad bank', e origine prima del buco di bilancio di diverse banche. 

A Bologna, dove è arrivato per intervenire al quarantennale di Prometeia, Draghi adotta un profilo decisamente basso. Nessun accenno al traumatico smembramento di Banca Marche, Banca Etruria, CariFerrara e CariChieti, pur di fronte a un'opinione pubblica scossa dal 'bail in', le perdite ai creditori nel salvataggio parzialmente inflitte per la prima volta in Italia. 

Un "non rispondo" a un cenno di domanda fuori programma a margine del convegno. E nessun riferimento diretto, salvo eventuali colloqui personali, durante una fugace apparizione al pranzo che ha riunito banchieri, imprenditori e società civile venuti ad ascoltarlo, fra cui l'ex premier Romano Prodi, il presidente dell'Inps Tito Boeri e il dg onorario di Bankitalia Fabrizio Saccomanni. 

Il clima, del resto, è di quelli che una fonte presente descrive di "tensione palpabile" sull'argomento. Troppo il clamore di questi giorni, troppo scivoloso il tema delle perdite che dividono l'Italia fra chi le imputa proprio all'Europa di Draghi e chi, invece, al ritardo enorme con cui l'Italia ha deciso di guardare in faccia banche definite fino a ieri sane. Un ritardo che ruota attorno a quei 200 miliardi di cattivo credito, su cui invece Draghi di parole ne spende, dedicando oltretutto il suo intervento a Beniamino Andreatta, che liquidò il Banco Ambrosiano contro il volere della DC e fu inflessibile nei confronti dello Ior. 

Nell'ambito di un richiamo generale alle riforme strutturali, unica via per la crescita che non può dipendere solo dalla Bce, Draghi vede "positivamente" la riforma di Renzi che, velocizzando procedure fallimentari e pignoramenti, dovrebbe avvicinare le valutazioni di quei crediti da parte delle banche a quelle del mercato: era e resta il punto di principale distanza con l'Europa, che in una 'bad bank' con garanzie pubbliche ha ravvisato un sostegno ai prezzi voluti dalle banche e dunque l'aiuto di Stato. Ma è vero anche che l'Italia è certamente fra i Paesi con un "elevato stock" di prestiti deteriorati cui si riferisce l'esortazione di Draghi a evitare "ritardi" che frenano la crescita. E sembra di intravedere proprio l'Italia (che non è sola) anche quando il presidente della Bce parla di un necessario "processo di ristrutturazione nel settore delle imprese nel corso del quale le imprese sane riducono il loro debito e riprendono a investire mentre le altre escono dal mercato". 

Ristrutturazione del credito e delle imprese, dunque, alle quali del resto è stata erogata la stragrande maggioranza (i tre quarti) dei prestiti deteriorati. Draghi si limita alle linee generali, senza entrare nel merito del dibattito in Italia sul fondo pubblico "umanitario" per aiutare i risparmiatori colpiti o sull'abolizione, ventilata da Bankitalia, dei prestiti subordinati venduti allo sportello. E nemmeno delle auspicate e da anni rinviate fusioni bancarie, dove quanto i banchieri rimangano tiepidi lo rivela a pochi passi da Draghi Alessandro Vandelli (Bper): "Adesso è troppo presto".

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