Economia

Nel 2015 l'Italia è tornata a crescere

02-03-2016

 

ROMA. L'Italia torna a crescere dopo una recessione che proseguiva ininterrotta da tre anni, chiudendo il 2015 con un rialzo del Pil dello 0,8%. Migliora anche il deficit, che si riporta ai livelli pre-crisi, mentre la pressione fiscale scende per la prima volta dal 2010. E sul fronte lavoro l'anno nuovo inizia con il segno più, visto che gli occupati in un solo mese, gennaio, salgono di 70 mila, grazie al traino dei contratti a tempo indeterminato. 

La raffica di dati uscita dall'Istat dimostra "che l'Italia è tornata", scrive il premier Matteo Renzi su Facebook. "Con questo governo le tasse vanno giù, gli occupati vanno su, le chiacchiere dei gufi invece stanno a zero", sintetizza il presidente del Consiglio, sottolineando come "il boom del JobsAct" sia "impressionante". 

Poi al Tg1 guarda anche avanti: "Non ci accontentiamo, bisogna insistere". Per il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan i numeri provano che "il governo mantiene i suoi impegni" e da Bruxelles definiscono i dati "in linea con le previsioni della Commissione". 

L'attenzione si concentra sul Pil. Il risultato, pur se sotto le ultime indicazioni ufficiali del governo, contenute nel Def di settembre (+0,9%), supera le stime fornite dall'Istat in base alla media trimestrale (+0,7%). Tuttavia il premier ricorda come la previsione originaria dell'esecutivo, rilasciata nella prima versione del Def (la primavera scorsa), fosse inferiore a quel che poi è stato. 

C'è anche un discorso di collegamento con l'anno prima. Ed è da notare che l'Istat ha rivisto le serie storiche, compreso il 2014, ma dall'Istituto garantiscono che le correzioni sul pregresso non hanno avuto impatti sul Pil 2015. Centra invece in pieno le aspettative il deficit, che scende al 2,6% del Pil dopo anni di oscillazioni introno al 3%. E quest'anno "scenderemo ancora", assicura Renzi. 

Una nota positiva la riserva il debito: nonostante si tratti di un massimo storico, al 132,6% del Pil, è più basso delle stime di 0,2 punti. In particolare, sono scesi di 5,9 miliardi gli interessi pagati sul debito. Tanto che Padoan parla di un rapporto che "si è stabilizzato, premessa fondamentale per permettere al debito di scendere". Ora, aggiunge, "la strategia del governo deve andare avanti lungo linee intraprese finora". Le leve su cui agire sono tante, quante quelle che si riflettono sul Pil, a cominciare dagli investimenti, nel 2015 tornati in positivo dopo un letargo lungo otto anni (+0,8%), anche grazie all'impennata della voce trasporti. Ma per il premier è "ancora poco". Non a caso l'anno in corso potrà contare sui maxiammortamenti. In effetti, uscendo dalle percentuali, il Pil resta ancora sotto i livelli del 2000. 

I consumi invece si rivelano una costante positiva, in rialzo grazie alla spinta delle famiglie, mentre la spesa della P.a cala. Si alleggerisce anche la pressione fiscale, al 43,3% dal 43,6%, un risultato su cui si riflette la contrazione delle imposte indirette bilanciata in parte dalla risalita delle dirette (come l'Irpef). Sul punto c'è da ricordare che l'Istat non annovera il bonus 80 euro tra le detrazioni ma tra le spese assistenziali, che infatti crescono. E cresce anche la retribuzione procapite, almeno al lordo delle tasse. 

Intanto il Mef aggiorna a febbraio il fabbisogno, registrando un rialzo dovuto anche, al "mancato introito del canone Rai", slittato a luglio. Lo scenario fiscale appare, almeno nel dibattito, in fermento: le tasse, dice il premier, "sicuramente continueranno ad andare giù ma è ancor prematuro dire quale intervento". A proposito di tagli, nonostante il decalage degli sgravi sulle assunzioni stabili a gennaio si contano quasi centomila posti fissi in più in un mese (è probabile che il dato risenta di una coda della corsa all'incentivo pieno di fine 2015). "Nei due anni del nostro governo abbiamo raggiunto l'obiettivo di quasi mezzo milione di posti di lavoro stabili in più", sottolinea Renzi. "Un grande risultato" lo definisce il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, rivolgendo un grazie a "tutte le aziende". 

Tuttavia i giovani scontano una disoccupazione al 39,3% contro una media ferma all'11,5%. Percentuali che continuano ad essere più alte di quelle registrate nell'Eurozona. Le distanze restano anche in termini di Pil, se si guarda a quanto ottenuto in alcuni dei Big europei (Germania +1,7% e Francia +1,2%). 

Ecco che le opposizioni storcono il naso. Renato Brunetta (Fi) parla di una "tragedia" e per il leader di Ln, Matteo Salvini, i dati "sembrano il gioco della tombola". Critico anche il segretario generale Cgil, Susanna Camusso: discutere di gufi "è un modo per togliersi di fronte il problema". Sul punto interviene pure Pier Luigi Bersani: "Non è il caso essere gufi ma di dare messaggi coerenti".

 

 

300mila occupati in più

 

ROMA. Aumenta l'occupazione totale, volano i posti stabili nonostante la riduzione da gennaio dello sgravio contributivo, cresce l'età media di chi è al lavoro, sale l'occupazione dipendente mentre diminuisce quella indipendente, torna a crescere la disoccupazione giovanile: è quanto emerge dai dati rilevati dall'Istat sul lavoro a gennaio 2016 secondo i quali nel mese gli occupati sono aumentati di 70.000 unità su dicembre (+99.000 i dipendenti a tempo indeterminato) e di 299.000 su gennaio 2015 (+426.000 i dipendenti a tempo indeterminato). 

Guardando le tabelle emerge un aumento dell'occupazione su base annua dovuta prevalentemente alla diminuzione degli inattivi (-242.000) mentre i disoccupati diminuiscono di 169.000 unità. Il tasso di disoccupazione, dopo una forte riduzione nella prima parte del 2015, a gennaio resta sostanzialmente stabile all'11,5% (-0,7 punti percentuali sull'anno). I dati sui quali hanno espresso soddisfazione il premier, Matteo Renzi e il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti risentono degli sgravi contributivi previsti per le assunzioni a tempo indeterminato dalla legge di stabilità per il 2015 (esonero totale dei contributi per un triennio con un tetto a 8.060 euro) e da quella per il 2016 (40% di sgravio per due anni con un limite a 3.250 euro annui). 

Su base mensile a gennaio non c'è quindi stato alcun effetto boomerang con il calo degli incentivi per quest'anno mentre il dato su gennaio 2015 risente degli sgravi per le assunzioni fatte l'anno scorso. E' comunque probabile, essendo i dati Istat basati su indagine campionarie, che una parte delle risposte avute a gennaio riflettano assunzioni fatte a dicembre. 

Nel complesso gli occupati dipendenti aumentano a gennaio di 71.000 unità su dicembre e di 448.000 unità su gennaio 2015 (+426.000 quelli permanenti). Gli occupati indipendenti restano stabili su dicembre e diminuiscono di 149.000 unità su gennaio 2015. 

Se il risultato complessivo è positivo con una crescita su base annua del tasso di occupazione al 56,8% (+0,9 punti percentuali) è anche vero che la crescita più alta è quella per la fascia dei lavoratori più anziani con un +1,8 punti percentuali (al 57,3%) grazie anche alla stretta sull'accesso alla pensione. In pratica gli occupati con più di 50 anni sono aumentati di 359.000 unità rispetto a gennaio 2015 (+4,9 punti) mentre gli under 35 sono cresciuti di appena 9.000 unità e coloro che hanno tra i 35 e i 49 anni sono diminuiti di 69.000 unità. 

Diminuiscono gli inattivi sia per l'aumento dell'età necessaria per andare in pensione (il calo degli inattivi è soprattutto tra gli ultracinquantenni) ma anche probabilmente per l'aumento della fiducia nella possibilità di trovare un lavoro che riporta una parte degli scoraggiati nel mercato. Per i giovani torna a crescere il tasso di disoccupazione su base mensile (+0,7 punti a 39,3%) mentre diminuisce su base annua (-1,6 punti).

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