Dall'Italia

Libia. Failla e Piano uccisi a raffiche di mitra

11-03-2016

 

 

ROMA. Nessuna esecuzione, nessun colpo alla nuca: Salvatore Failla e Fausto Piano sono stati uccisi con delle raffiche di mitra che li hanno raggiunti nella parte superiore del corpo. I primi risultati dell'autopsia eseguita al policlinico Gemelli sui corpi dei due tecnici della Bonatti ostaggi per 8 mesi in Libia ed uccisi ad un passo dalla liberazione, sembrerebbero confermare quel che gli investigatori e gli inquirenti italiani hanno sempre sospettato: i due sarebbero caduti sotto i colpi delle milizie della municipalità di Sabrata, impegnate nell'operazione contro il gruppo di sequestratori, e non per mano dei loro carcerieri. 

Le salme dei due italiani sono arrivate finalmente all'aeroporto di Ciampino nella notte, dopo una settimana in cui sono rimaste ‘prigioniere' della burocrazia e delle richieste di riconoscimento politico provenienti dalla autorità di Sabrata e dal governo di Triboli; una settimana di estenuanti e difficili trattative, con i i funzionari dell'Aise e della Farnesina che si sono visti puntare le armi alla testa - come ha rivelato la moglie di Failla - nel tentativo di evitare che i libici svolgessero l'autopsia sui corpi dei due tecnici. 

"Di questo - ha liquidato la questione il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni - se ne occupa la magistratura e da parte del governo c'è il massimo riserbo". 

Il titolare della Farnesina era sulla pista di Ciampino, assieme alla moglie e alle figlie di Failla, Rosalba, Erica e Eva, e ai familiari di Piano, la moglie Isabella e i tre figli Giovanni, Stefano e Maura: assieme hanno assistito ad un vero e proprio rito funebre prima della benedizione delle bare, una prima volta per lo scalo di Ciampino, che ha accolto decine di salme dei militari e funzionari italiani morti nelle missioni all'estero e di altri ostaggi. 

Al termine della cerimonia i feretri sono stati trasferiti al Gemelli. Ed è qui che i medici italiani hanno smascherato le bugie dei libici. Che però i loro danni li hanno fatti. 

"Quella a Tripoli non è stata un'autopsia - ha detto l'avvocato dei familiari di Failla, Francesco Caroleo Grimaldi - è stata una macelleria. Il prelievo di parte dei tessuti corporei ha reso impossibile l'identificazione dell'arma usata, la distanza da cui sono stati sparati i colpi e le traiettorie dei proiettili. E' stato fatto qualcosa che ha voluto eliminare l'unica prova oggettiva per ricostruire la dinamica dei fatti". In realtà i medici italiani sono riusciti ad estrarre dal corpo di Fausto Piano alcune schegge di proiettile e, dunque, non è escluso che si possa risalire almeno all'arma che ha ucciso i due. Quel che l'autopsia italiana ha accertato, invece, è che Failla, secondo quanto hanno riferito i consulenti di parte Luisa Regimenti e Orazio Cascio, è morto per i colpi che lo hanno raggiunto allo sterno e alla zona lombare. 

Il suo corpo è stato raggiunto da almeno 6 colpi di mitra, che hanno provocato la rottura dei grossi vasi e del fegato. 

I danni maggiori sono stati fatti sul lato sinistro, dove i proiettili hanno provocato la frattura del femore e dell'omero. Stesse modalità per Piano: l'esame ha infatti evidenziato che anche lui è stato raggiunto da una serie di colpi nella parte superiore del corpo. 

Dunque nessuno dei due è stato colpito alla testa e, anzi, le ferite riscontrate sono compatibili con il fatto che i due fossero seduti all'interno dei pick up attaccati dalle milizie. 

Questo significa che non c'è stata alcuna esecuzione e che i due italiani sono morti sotto i colpi dei miliziani di Sabrata, nonostante anche il sindaco tenti di accreditare tutt'altra versione. 

"Sono stati uccisi dai loro carcerieri prima dello scontro con le forze speciali" ha detto Hussein Dhawadi aggiungendo di "poter affermare con certezza che il gruppo che aveva in mano gli italiani fosse collegato all'Is". Cosa che fin dall'inizio del sequestro la nostra intelligence ha escluso, così come ha fatto nella sua informativa alla Camera il ministro Gentiloni. 

Il sindaco ha anche sottolineato che le milizie stanno interrogando Youssef Yahyah, l'uomo che guidava la macchina il giorno del rapimento e che potrebbe aver venduto i tecnici italiani. "Sta rilasciando dichiarazioni importanti". 

Dichiarazioni che interessano anche le autorità italiane che dovranno ricostruire come sono andate le cose e che vogliono anche andare a fondo alla questione del sequestratore che "parlava italiano", come ha rivelato ieri la moglie di Failla. In realtà gli 007 ne erano già al corrente e gli accertamenti sono in corso da tempo. "Nessuno dei sequestratori parlava italiano - ha spiegato Filippo Calcagno, uno dei due tecnici che si è salvato - ma ci dissero che siccome quelle registrazioni dovevano essere fatte in italiano...ci dissero di stare attenti di non dire altre cose che non fossero quelle che veniva suggerito, perché c'era qualcuno che capiva quello che...perché loro dovevano farlo sentire a qualcuno".

 

 

Obama

L'Europa colpevole del caos dopo Gheddafi

 

Di Ugo Caltarirone

 

NEW YORK. Scrocconi, opportunisti. In una lunga intervista a ‘The Atlantic' Barack Obama si toglie più di un sassolino dalla scarpa. E pur ammettendo che l'intervento in Libia nel 2011 fu "un errore", se la prende con gli alleati europei e del Golfo che prima spinsero gli Usa ad agire a sostegno della Nato, poi non fecero fino in fondo il loro dovere. 

Non avviarono, come avrebbero dovuto, il necessario processo di transizione per costruire il dopo-Gheddafi. Risultato: l'attuale caos in cui si trova oggi il Paese noradficano, sempre più nuova frontiera dell'Isis. 

Non usa mezzi termini Obama, più volte duramente criticato per quello sciagurato capovolgimento del regime di Tripoli: se la cosa "non ha funzionato" la colpa è stata soprattutto di Francia, Regno Unito, Arabia Saudita, definiti appunto come ‘free rider', opportunisti. Mai come stavolta - nel colloquio con Jeffrey Goldberg intitolato ‘La dottrina Obama' - il presidente Usa svela il suo disappunto per come sono andate le cose, la sua delusione per gli impegni non mantenuti dai partner e la fiducia tradita degli Stati Uniti. 

Uno sfogo che arriva in un momento di grande attenzione e mobilitazione della comunità internazionale sulla Libia, nel quale Obama vuole evitare che si ripeta quella che definisce la cattiva abitudine di molti alleati di lanciare il sasso e poi nascondere la mano. Abitudine che negli ultimi anni lo ha "indispettito" non poco. Obama ricordando il 2011 fa nomi e cognomi. 

Il premier britannico David Cameron - spiega - fu distratto da altre questioni. Mentre l'allora presidente francese Nicolas Sarkozy - aggiunge senza peli sulla lingua - voleva solo vantarsi, "strombazzare la sua partecipazione alla campagna aerea nonostante il fatto che gli Usa avevano già spazzato via tutte le difese aeree". Il presidente americano non ha invece nulla da rimproverare alla sua amministrazione per aver deciso di intervenire nel 2011. 

"Quando torno indietro e mi chiedo cosa è andato storto - confessa - posso criticarmi solo per avere avuto troppa fiducia negli europei che, vista la loro vicinanza alla Libia, avrebbero dovuto fare di più nel dare seguito al piano". Mentre gli Stati Uniti - assicura - la loro parte l'hanno fatta bene, eccome: "Abbiamo ottenuto un mandato dall'Onu, costruito una coalizione costataci un miliardo di dollari. Abbiamo evitato vittime civili su larga scala, evitata quella che quasi sicuramente sarebbe stata una guerra civile lunga e sanguinosa". Proprio per prevenire il massacro si decise di agire, anche se - ricorda Obama - i suoi più stretti consiglieri erano divisi tra falchi e colombe. Da una parte il vice presidente Joe Biden e l'ex segretario di stato Robert Gates che predicavano prudenza; dall'altra Hillary Clinton e l'allora ambasciatrice all'Onu Susan Rice che erano per l'azione. 

Alla fine prevalsero questi ultimi. Il presidente americano rilancia quindi con forza il concetto di "azione multilaterale", al centro della sua dottrina. "Non possiamo essere sempre noi gli unici al fronte", spiega, perché c'è un'agenda condivisa con gli alleati che va portata avanti insieme".

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