Dal Mondo

I terroristi erano quattro, tre sono morti

24-03-2016

Hanno un nome e un volto i tre kamikaze dell'Isis che hanno seminato la morte e il terrore nel cuore dell'Europa. Sono i fratelli Ibrahim e Khalid Bakraoui e l'artificiere degli attentati di Parigi, Najim Laachraoui. I tre sono stati identificati dalla polizia, grazie alle impronte digitali e al Dna, come gli autori delle stragi.

 

BRUXELLES.Hanno un nome e un volto i tre kamikaze dell'Isis che hanno seminato la morte e il terrore nel cuore dell'Europa. Sono i fratelli Ibrahim e Khalid Bakraoui e l'artificiere degli attentati di Parigi, Najim Laachraoui. I tre sono stati identificati dalla polizia, grazie alle impronte digitali e al Dna, come gli autori delle stragi. Che però potevano forse essere evitate se Ibrahim, arrestato in Turchia lo scorso giugno, non fosse stato estradato verso l'Europa e poi lasciato libero in Olanda, su indicazioni delle autorità belghe, come ha denunciato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. 

Intanto, prosegue la caccia al quarto uomo del commando, quello fotografato con il cappello all'aeroporto assieme ai due kamikaze, che ha abbandonato inesplosa la sua valigia-bomba e si è dileguato tra la folla in fuga. E mentre le indagini proseguono senza sosta tra le polemiche, il Belgio e Bruxelles, ancora sotto shock, si fermano per commemorare le vittime di una carneficina che, con i suoi 32 morti e i 300 feriti, vede coinvolti ben 40 Paesi. 

Con il passare delle ore, le testimonianze e altri elementi emersi indicano chiaramente sia il legame tra il commando di Bruxelles e quello che colpì Parigi lo scorso 13 novembre e sia l'esplicita volontà di fare il massimo danno fisico e psicologico, come solo bombe riempite di chiodi sono in grado di fare e in base a un modus operandi che ormai caratterizza le azioni dell'Isis. 

Inoltre, Khalid Bakraoui è risultato essere colui che non solo aveva affittato sotto falso nome l'appartamento di Forest dove sono state rinvenute le tracce di Salah Abdeslam, ma anche la base di Charleroi che era servita per la preparazione delle stragi compiute nella capitale francese. Tracce importanti per le indagini - 15 chili di esplosivo, chiodi, un drappo dell'Isis e altro materiale per costruire ordigni - sono state poi trovate la scorsa notte nel covo di Schaerbeek da cui è ormai certo sia partito il commando dell'aeroporto, denunciato ex post dal tassista che lo ha portato a destinazione e che si è insospettito per la cautela con cui i suoi clienti hanno maneggiato i loro bagagli-bomba. 

Sempre qui è stato trovato il "testamento" in cui uno degli attentatori indicava la volontà di vendicare Salah e di evitare a sua volta di finire in carcere. Tutti elementi che avvalorano l'ipotesi, rilanciata da diversi media, che gli attentati di Bruxelles siano stati anticipati rispetto alla data prevista, ovvero il giorno di Pasquetta. 

Intanto sul fronte politico ieri la visita a Bruxelles del premier francese Manuel Valls - che si è incontrato con la Commissione Ue e il premier belga Chales Michel - ha fornito l'occasione per ribadire che ormai tra Isis e l'Europa è guerra aperta e che l'obiettivo di arrivare a una difesa comune per garantire la sicurezza dell'Ue è un'esigenza inderogabile. 

Così come quella di superare le gelosie che hanno finora impedito una più incisiva collaborazione tra i servizi segreti dei singoli Paesi, elemento chiave per la lotta e la prevenzione del terrorismo. In questa ottica, la presidenza di turno olandese dell'Unione ha deciso di convocare per oggi una riunione straordinaria dei ministri dell'Interno dei 28. 

Ma a Bruxelles, per tornare alla normalità, non basterà certo qualche riunione o qualche arresto. L'aeroporto resterà chiuso fino a nuovo ordine causando non pochi disagi a chi si apprestava a partire per le vacanze di Pasqua, i trasporti hanno funzionato a scartamento ridotto, le stazioni ferroviarie sono state intasate da lunghe coda dovute ai rafforzati controlli di sicurezza e le scuole sono rimaste mezze vuote. 

 

 

Il testamento

"Non finiremo in cella come Salah"

 

ROMA. Un kamikaze che si doveva "sbrigare", che non si sentiva più al sicuro e non voleva finire in cella come Salah Abdeslam, il cui arresto forse voleva vendicare. E' Ibrahim el Bakraoui, l'attentatore suicida dell'aeroporto di Zaventem, che si confessa nel suo "testamento" rinvenuto in un pc trovato martedì nella spazzatura nei pressi del covo in rue Max Roos di Schaerbeek a Bruxelles. Lo stesso da dove era partito a bordo di un taxi con gli altri due attentatori del commando che ha colpito l'aeroporto. E lo stesso dove è stato rinvenuto un vero e proprio arsenale: 15 kg di esplosivo di tipo Tatp, 150 litri di acetone, 30 litri di acqua ossigenata, detonatori, una valigia piena di chiodi e viti e altro materiale. 

Il Tatp è lo stesso utilizzato negli attentati di Parigi, è considerato la "firma" degli attentati dell'Isis in Europa. I miliziani sono stati addestrati ad assemblarlo e usarlo già nel 2013 in Siria e Iraq, ancora prima che Abu Bakr al Baghdadi si proclamasse "califfo" dello Stato islamico. 

Naijim Laachraoui, identificato come il secondo kamikaze dell'aeroporto di Bruxelles, è considerato l'artificiere degli attacchi di Parigi e di quelli di Bruxelles. La sua morte non è stata ancora ufficialmente confermata dalle autorità. Ma appare chiaro che potrebbe essere solo uno dei tanti in grado di assemblare un ordigno: se fosse stato l'unico di cui può disporre Baghdadi in Europa, non sarebbe stato "sacrificato". L'Isis, hanno rivelato fonti dell'intelligence europea e irachena, potrebbe contare sul "almeno 400 combattenti" inviati in Europa e pronti a colpire. Si tratta di cellule autosufficienti, e in qualche modo autonome: hanno l'ordine di scegliere i luoghi, i tempi e i metodi di attacco. 

Il terzo attentatore partito in taxi dall'appartamento di Schaerbeek, "l'uomo con il cappello" immortalato dalle telecamere di sorveglianza non è ancora stato identificato, né è chiaro perché il suo bagaglio, quello caricato con la maggior quantità di Tatp, sia rimasto inesploso. 

Forse un errore causato dalla fretta: il commando è infatti inciampato nell'imprevedibile. I tre avevano chiesto un furgone alla compagnia di taxi, ma è arrivata una berlina. Questo ha costretto i tre a lasciare parte dell'esplosivo nel covo, i 15 chilogrammi e le borse con bulloni e chiodi poi trovati dalle forze speciali a Schaerbeek. Ma sarebbero riusciti comunque a trasportare tra i 20 e i 45 kg di esplosivo che hanno devastato l'aeroporto. 

Subito dopo l'inizio dell'attacco a Zaventem, "l'uomo con il cappello" si sarebbe dato alla fuga con "una Audi, immatricolata a nome di un residente di Limburgo (Liegi) segnalato per radicalismo - hanno rivelato i media belgi -. E' probabile che appartenga a una cellula legata all'Isis, basata a Maaseik, da dove sono partiti diversi foreign fighter diretti in Siria". Sull'Audi, che sarebbe stata notata nei pressi dell'aeroporto prima delle esplosioni, c'erano almeno 3-4 persone, dicono alcuni testimoni. E resta il mistero su un secondo commando che aveva il compito di colpire nella metro: Khalid Bakraoui, fratello del kamikaze dell'aeroporto Ibrahim, si è fatto esplodere seminando morte e panico alla stazione di Maelbeek. 

E' lui che ha affittato sotto falso nome l'appartamento di Forest e del covo di Charleroi, servito per la preparazione degli attacchi di Parigi. Nell'attentato alla metro sarebbe stato aiutato, perlomeno "trasportato" da alcuni complici. Insomma, le drammatiche preoccupazioni delle intelligence occidentali si materializzano: l'Isis in Europa può contare su decine di cellule interdipendenti e soprattutto un network molto più ampio che include responsabili della logistica per le basi sicure, le auto, gli spostamenti, le armi, le sostanze per assemblare ordigni. 

Si intravede poi una sorta di "supercellula" che mantiene i contatti con il quartier generale a Raqqa e coordina "l'esercito europeo". Gli attentati, rivelano i media belgi, erano pianificati per il giorno di Pasquetta, ma sono stati anticipati a causa dell'arresto di Salah Abdeslam. Ancora non è chiaro se si sia trattato di una vendetta per la cattura di Salah e l'uccisione di Mohammed Belkaid a Forest, o della paura di essere scoperti, come il "testamento" di Ibrahim el Bakraoui lascia intendere. 

 

 

Un'Italiana tra le vittime

 

BRUXELLES. Di Patricia Rizzo, funzionaria di un'agenzia della Commissione europea, non si hanno più notizie da martedì, dall'esplosione alla metropolitana di Maelbeek, dove almeno una ventina di persone hanno perso la vita. I familiari la cercano senza sosta. Il cugino, Massimo Leonora, conosciuto col suo alias da dj e producer di musica progressive Mass Leone, ha postato una foto della donna sul suo profilo Facebook, con una richiesta di aiuto a chiunque possa dare informazioni utili. 

I peggiori auspici rimbalzano però da Roma, quando prima la Farnesina fa sapere di ritenere "molto probabile" che ci sia un'italiana tra le vittime. E poi Maurizio Lupi, uscendo da Palazzo Chigi, annuncia: "Il presidente del Consiglio ci ha informato che c'è una verifica in corso su una possibile vittima italiana: dovrebbe essere tra le vittime della metro". Ma a Bruxelles non c'è una conferma formale. L'ambasciata ha assistito per tutta la giornata i familiari per il riconoscimento, e le procedure ufficiali possono andare per le lunghe, visto che occorre la certificazione del procuratore. I genitori, papà Gaetano e mamma Carmela, sono stati chiamati all'ospedale militare Regina Astrid, a Neder-Oven-Hembeek, dove sono state raccolte tutte le salme dell'esplosione della metro (mentre quelle dell'aeroporto di Zaventem sono a Lovanio) e dove la procura federale ha fatto arrivare i parenti dei dispersi. Nell'enorme edificio grigio, lontano almeno una ventina di chilometri dal centro di Bruxelles e sorvegliato a vista dai soldati, si trova il più grande centro ustionati del Belgio. Per qualche ora i parenti di Patricia sperano che la loro congiunta sia qui, tra le quindici persone ricoverate. Ma sulla lista il nome Rizzo non figura. Lo conferma la poliziotta all'ingresso, che scorre rapidamente la lista, chiede di esibire carta di identità e perquisisce la borsa. Un militare interviene: "Qualcuno dell'ambasciata italiana poco fa è venuto cercando la stessa persona. So io dove sono i familiari". 

Massimo Leonora ed i suoi zii sono in uno stanzone nel sottosuolo. Un militare fa strada lungo i corridoi grigi. Di tanto in tanto compare un cartello attaccato con lo scotch a porte e pareti: "Accoglienza per i familiari", c'è scritto. Si passa oltre la caffetteria e si arriva in un enorme open space con una ventina di tavoli e gruppi di persone sedute attorno. I cadaveri da identificare sarebbero ancora quattordici. 

La volontaria della Croce Rossa belga offre un caffè o un bicchier d'acqua. Qui nessuno ha voglia di parlare. Tanta sensazione di angoscia. Nel tavolo in fondo c'è una famiglia di origine africane, cercano Sabina Faisal, la compagna del figlio e madre della loro nipotina. Anche di lei, come di Patricia, non si hanno più notizie. Poco distante, in piedi accanto ad un amico di famiglia c'è Massimo Leonora. "Siamo qui da stamattina e non sappiamo ancora niente. I genitori di Patricia sono stati fatti salire al primo piano dalla polizia per riempire un formulario. Cercano segni particolari" per poterla identificare, come un neo, un tatuaggio o un piercing. 

"I nonni di Patricia, come i miei, sono venuti in Belgio per lavorare nelle miniere e siamo rimasti qui, siamo originari della provincia di Enna, di Calascibetta. Ma abbiamo tutti la nazionalità italiana. L'Italia resta il nostro Paese", spiega. "La famiglia di Patricia abita fuori Bruxelles. Io lavoro all'Eacea, l'agenzia della Commissione Ue che si occupa di audiovisivi e fino ad un paio di mesi fa anche Patricia lavorava lì, prima di trasferirsi all'Ercea", l'agenzia esecutiva del Consiglio europeo della ricerca. "Vogliamo trovarla viva". 

Più tardi, al loro ritorno nella grande sala, i genitori provano un dolore ancora più forte nell'apprendere che alcuni media in Italia hanno già dato la loro ragazza per morta. Allontanandosi dall'ospedale - dove ieri sono arrivati in visita anche il re Filippo e la regina Matilde per rendere omaggio al lavoro dei medici e portare un saluto ai familiari dei ricoverati - la speranza di trovare Patricia ancora in vita si è affievolita. "Le operazioni di riconoscimento dureranno ancora molto tempo, è meglio che rientriate a casa. Vi faremo sapere", dice il funzionario di polizia. All'uscita c'è chi piange, chi ha lo sguardo perso nel vuoto: ad attenderli è una nuova nottata di dolore.

 

 

Rischio di nuovi attacchi

"Travel alert" del Dipartimento di Stato Usa

 

WASHINGTON. Sale la tensione in Usa dopo gli attentati Isis a Bruxelles, con un "travel alert" del Dipartimento di Stato americano che avvisa i cittadini statunitensi dei "rischi di viaggiare in tutta Europa", almeno sino al 20 giugno, per la minaccia di altri attacchi "a breve termine", in particolare in eventi sportivi, siti turistici, ristoranti e mezzi di trasporto. L'invito, di buon senso, è quello di essere vigili nei luoghi pubblici, evitare i posti affollati ed avere una cautela speciale durante le feste religiose e i grandi eventi. 

Ma, mentre spuntano falsi allarmi (agli aeroporti di Denver e Atlanta) e si allunga la lista di feriti (una dozzina) e scomparsi americani (numero ancora imprecisato), cresce anche il dilemma del presidente Barack Obama: il presidente vuole evitare un maggior impegno in Medio Oriente ma fatica a rassicurare un'opinione pubblica sempre più inquieta sullo sfondo di una crescente pressione anche elettorale, in particolare da parte dei repubblicani, con Ted Cruz che propone di rafforzare il controllo nei quartieri musulmani, appoggiato subito dal frontrunner Donald Trump, favorevole anche al bando temporaneo delle persone di fede islamica negli Usa. 

Obama è costretto a intervenire ancora durante la sua visita a Buenos Aires, come martedì a Cuba, dove si è dovuto difendere dalle accuse di Trump e Cruz di non aver interrotto il viaggio per tornare in patria a coordinare la risposta americana. Dopo aver offerto assistenza a Bruxelles nelle indagini, il presidente ha ribadito la sua volontà di distruggere l'Isis ed "eliminare la piaga di questo terrorismo barbarico": "E' la mia top priority, e quella dell'intelligence, dell'esercito e dei diplomatici americani", ha assicurato a fianco del presidente argentino Mauricio Macri. 

"Il mondo si deve unire nel combattere il terrorismo, gli Usa possono sconfiggere l'Isis e lo faranno", ha promesso, sottolineando la necessità anche di bloccare i canali di finanziamento al Califfato. "Perseguiremo l'Isis aggressivamente finché non sarà rimosso da Siria e Iraq e alla fine distrutto", ha proseguito. "Non c'è una questione nella mia agenda più importante se non la sconfitta del gruppo di miliziani che ha colpito l'Europa, la questione è come farlo in un modo intelligente, efficace", ha aggiunto, ricordando anche "i molti musulmani che esprimono la loro fede in modo diverso da quello che vuole questo gruppo". Per questo ha bocciato l'incendiaria proposta lanciata martedì a New York da Cruz, che aveva accusato il sindaco Bill de Blasio di aver tolto i programmi di sorveglianza nei quartieri islamici della città: "E' sbagliata", "è contraria ai valori americani", "è controproducente" nella lotta al terrorismo. 

Pure De Blasio e il capo della polizia della Grande Mela Bill Bratton hanno reagito duramente, chiedendo se "anche i nostri circa mille agenti musulmani sono una minaccia". Ma la comunità musulmana americana e le associazioni per i diritti umani sono sempre più preoccupate per l'escalation di proposte contro gli islamici. Obama sta cercando di disinnescare questa miccia, anche con la sua recente, prima visita ad una moschea in America. L'onda lunga degli attacchi a Bruxelles lo costringe tuttavia a riflettere ulteriormente sulla sua prudente linea "low profile" e non pesantemente interventista in un Medio Oriente sempre meno rilevante per gli interessi americani e che gli appare "corrotto", con leader "inaffidabili" o "scrocconi", come ha confessato a The Atlantic. Per ora Obama, come confida una fonte della Casa Bianca al Wp, ha rinunciato a lanciare un'offensiva a Raqqa e a Mosul, le roccaforti Isis in Siria e Iraq, nel timore di lasciare poi un ennesimo vuoto. Ma se non cambierà idea, la sfida più grande per lui sarà quella di trovare il tono giusto per rassicurare il popolo americano, predicando risolutezza e nello stesso tempo moderazione nella più divisiva campagna presidenziale americana.

 

 

Timori anche in Italia

 

ROMA. Massima attenzione ai luoghi affollati, 600-800 militari in più a vigilanza degli obiettivi sensibili nelle città, revisione di tutti i piani d'intervento, compresi quelli d'evacuazione in caso d'attacco o di minaccia reale. Il Viminale cerca di blindare le difese poiché il rischio per l'Italia "è significativo", dicono 007 e antiterrorismo, e i terroristi puntano a realizzare attacchi "eclatanti". Che non vi siano "progettualità in atto", infatti, non significa che non siano presenti nel nostro Paese soggetti che potrebbero passare all'azione. 

Secondo l'intelligence italiana non vi sarebbero cellule attive nel nostro Paese, ma l'allarme che arriva dai servizi segreti iracheni è di altro tenore: alcuni elementi della cellula che "ha compiuto gli attacchi di Parigi" sarebbero sparsi in una mezza dozzina di Paesi europei, tra i quali l'Italia. 

Il punto sullo stato della minaccia in Italia è stato fatto ieri al Copasir dal direttore dell'Aisi, Arturo Esposito, nel corso di oltre due ore di audizione. Secondo il servizio, ha riferito al termine il presidente del Copasir Giacomo Stucchi, il rischio per l'Italia è dunque "significativo", ma non c'è "alcun riscontro su cellule terroristiche nel nostro Paese, anche se ciò non vuol dire che non si possano strutturare o che non ci sia la progettualità di costituirle". 

Inoltre, ha aggiunto, "non c'è alcun segnale che ci porti a dire che c'è un passaggio dalla possibilità alla probabilità che qualcosa accada in Italia". Stando ai dati forniti dall'Aisi, non sono cambiati i numeri dei foreign fighters "italiani", sempre a quota 93 e sempre monitorati. C'è poi grande attenzione da parte degli 007 al web, per due motivi: innanzitutto sono tante le minacce all'Italia e al Vaticano, simbolo dei "crociati", che circolano in rete e sul "deep web", pur se non circostanziate; inoltre si riscontra una forte propaganda jihadista, specie da parte dell'Is, che fa presa su tanti giovani che possono radicalizzarsi e passare all'azione, spinti dalla voglia di emulare atti come quelli di Parigi e Bruxelles.

L'attenzione dell'intelligence e antiterrorismo è poi concentrata sul monitoraggio di quei soggetti - nell'ordine di alcune decine - presenti nel nostro Paese e che, pur non avendo al momento alcuna progettualità in atto, potrebbero intraprendere un percorso di radicalizzazione. La raccolta delle informazioni, infatti, ha fatto emergere la presenza di diversi soggetti, alcuni anche in collegamento tra loro, che potenzialmente potrebbero rappresentare una minaccia. Alcuni di loro sono già stati espulsi, altri lo saranno nelle prossime settimane, altri sono stati colpiti da provvedimenti della magistratura, altri ancora restano sotto stretta osservazione. 

Il timore di forze di polizia e servizi è nella strategia del gesto eclatante, che ottenga la massima visibilità mediatica grazie al numero di vittime colpite. Per questo una vigilanza speciale è stata caldeggiata dal Viminale, con una circolare a prefetti e questori, non solo su aeroporti, stazioni e metro, ma soprattutto sui luoghi affollati: si va dalle partite di calcio agli eventi religiosi in pieno Giubileo all'intrattenimento musicale. Non è un caso che nella circolare inviata, si chiede di "sensibilizzare ulteriormente" non solo le "misure di vigilanza e sicurezza in atto a protezione degli obiettivi e siti comunque riconducibili al Belgio", ma anche quelle relative ad "ogni altro obiettivo ritenuto a rischio" (con particolare attenzione a aeroporti e stazioni ferroviarie e della metropolitana) e, soprattutto "a luoghi comunque interessati da larga affluenza di persone". Per cercare di ridurre quanto possibile i rischi, inoltre, il Viminale ha disposto una stretta su carceri e periferie e un più capillare controllo del territorio. Proprio per questo si sta lavorando ad un aumento del contingente di militari già presenti nelle città nell'ambito della missione "Strade Sicure": l'obiettivo è quello di aggiungere ai 6.300 già sulle strade altri 700-800 soldati. Di questi, 200 dovrebbero essere destinati a Roma, dove sono già presenti 2.200 militari, altri 500-600 nelle altre città in modo da liberare le forze di polizia per il controllo del territorio.

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