La politica

Trivelle, uno scontro aperto

15-04-2016

Alla vigilia del voto di domenica è scontro aperto sul referendum sulle trivelle. E lo scontro, oltre che sul merito del quesito, si accende ancora sulla legittimità, o meno, dell'astensione. Una scelta, quella del non voto, che Matteo Renzi torna a difendere nettamente, contando sulla sponda del presidente emerito Giorgio Napolitano. L'astensione è "un modo di esprimere la convinzione dell'inconsistenza e della pretestuosità" del referendum, spiega Napolitano in un'intervista a Repubblica.

 

ROMA. Alla vigilia del voto di domenica è scontro aperto sul referendum sulle trivelle. E lo scontro, oltre che sul merito del quesito, si accende ancora sulla legittimità, o meno, dell'astensione. Una scelta, quella del non voto, che Matteo Renzi torna a difendere nettamente, contando sulla sponda del presidente emerito Giorgio Napolitano. L'astensione è "un modo di esprimere la convinzione dell'inconsistenza e della pretestuosità" del referendum, spiega Napolitano in un'intervista a Repubblica. 

La scelta del non voto, al pari delle altre, "è costituzionalmente legittima", scandisce il capo del governo nella sua enews definendo "magistrale" la spiegazione fornita da Napolitano. E le parole di Renzi riaccendono la battaglia anche nel Pd. 

"E' inaccettabile che il premier faccia il capo del partito dell'astensione", attacca il leader di Sinistra riformista Roberto Speranza che voterà "sì", così come Gianni Cuperlo e molti esponenti della minoranza. Mentre, nel merito del quesito, Renzi non è meno morbido. 

"E' un referendum-bufala. Non c'è una sola trivella in discussione, dicono che si voti sulle rinnovabili, in realtà si chiudono impianti che funzionano, facendo perdere 11mila posti di lavoro", sottolinea. 

Domenica si chiederà agli italiani se vietare il rinnovo delle concessioni estrattive per i giacimenti entro le 12 miglia dalla costa italiana. La questione è tecnica solo sulla carta, anche perché per le Regioni che hanno proposto il referendum si tratta di riscrivere la politica energetica del Paese. Per questo lo scontro è tutto politico: Regioni contro governo, sinistra Pd contro gli inviti al non voto e opposizioni che premono per il "sì" anche solo per infliggere un colpo a Renzi. 

A rinvigorire il dibattito contribuisce anche la posizione del senatore a vita, benedetta dalla maggioranza Pd, ma che diventa diventa un "caso". Per Alfredo D'Attorre di SI "sorprende e amareggia la legittimazione dell'astensionismo da parte dell'ex Presidente della Repubblica". Giuseppe Civati ricorda all'ex capo di Stato che era stato proprio lui a dire che "il voto è un dovere". Mentre per i 5 Stelle Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista le parole di Napolitano sono "una ragione in più per votare e per votare "sì". 

Anche tra i governatori il fronte è spaccato. Michele Emiliano, presidente della Puglia, è in prima linea nella campagna referendaria. "Il governo si aspettava di umiliare le Regioni", ma "l'astensione non è un'opzione", afferma il governatore Pd sottolineando come "l'ultimo favore ai petrolieri, quello di togliere il termine, serva a evitare che, alla scadenza delle concessioni, tirino fuori i soldi per smontare le piattaforme". 

Quindi Emiliano attacca: "Il Mise è il ministero dello Sviluppo Economico-Petroliero". Con lui, nel fronte eterogeneo dei No-Triv, anche il leghista Luca Zaia. Mentre hanno già annunciato il "no" il governatore del Piemonte Sergio Chiamparino, il sardo Francesco Pigliaru, e quello della Campania Enzo De Luca. Mentre Giovanni Toti, presidente della Liguria, osserva: "Chiedere l'astensione è tecnicamente legittimo ma politicamente poco opportuno, soprattutto da parte di alte cariche dello stato, ex alte cariche dello Stato e premier".

 

 

Il fronte del sì

"Obama ha fermato le estrazioni offshore"

 

di Claudio Salvalaggio

 

WASHINGTON. Le trivelle offshore? Obama ci ha ripensato e le ha fermate. E a breve, secondo alcuni media, potrebbe imporre nuove regole più stringenti per le perforazioni al largo delle coste. Anche la frontrunner democratica alla Casa Bianca, Hillary Clinton, è contro. L'onda lunga delle loro posizioni si continua a infrangere sul dibattito italiano legato al referendum del 17 aprile. 

Lo stesso premier Matteo Renzi ha dovuto fare i conti con chi ha tentato di metterlo in imbarazzo rinfacciandogli l'esempio del presidente americano, da lui molto stimato: "Ho letto ‘dobbiamo fare come Obama', lui sì che è smart, lui sì che investe sulle energie diverse", ha replicato qualche settimana fa, osservando però che la sua decisione di affrancarsi dalla dipendenza energetica estera con lo "shale gas" e lo "shale oil" si è basata sul fracking, "una tecnica che noi in Italia, comprensibilmente, abbiamo bloccato". 

Ma i suoi avversari, anche dentro il partito, non desistono e continuano ad invocare il capo della Casa Bianca, come il presidente della Regione Puglia e segretario uscente del Pd Michele Emiliano: "Io e Barack Obama siamo contro le trivellazioni petrolifere marine". 

Ed è contraria anche l'ex segretario di Stato Hillary Clinton, alla quale Renzi ha già dato il suo endorsement. L'ex First Lady aveva addirittura rotto il "fronte" con Obama quando lo scorso maggio il presidente aveva dato il via libera alle trivellazioni nella regione artica: "Quella regione è un tesoro unico. Le trivellazioni non sono un rischio che vale la pena correre"', aveva accusato. Ma in ottobre Obama ha cambiato rotta, bloccando per i prossimi due anni i piani per la concessione di licenze nell'area e rifiutando di estendere quelle vendute in precedenza a Shell e Statoil. 

Gli ambientalisti l'hanno celebrata come una vittoria, ma sul dietrofront ha pesato anche la precedente decisione della Shell di cancellare alcuni progetti locali a causa dei deludenti risultati preliminari e dei bassi prezzi del petrolio, che rendono costosissime le trivellazioni in una regione ostile come quella dell'Artico. 

Dopo aver bloccato il mese successivo anche la costruzione dell'oleodotto Keystone, che avrebbe dovuto importare petrolio dal Canada, Obama ha proseguito la sua "svolta verde" facendo retromarcia il mese scorso anche sulle trivellazioni di gas e petrolio al largo della costa sud orientale dell'Atlantico. Il nuovo piano "protegge l'Atlantico per le generazioni future", ha spiegato il ministro degli Interni americano, Sally Jewell. 

Virginia, North Carolina, South Carolina, Georgia e Florida rimarranno zone off limits per la ricerca e l'estrazione di idrocarburi offshore fino al 2022. Il piano precedente era stato approvato dal presidente nel 2015 dopo che governatori e legislatori degli Stati interessati avevano espresso il loro sostegno per le trivellazioni, confidando in nuovi posti di lavoro e nell'aumento delle entrate statali.

 La popolazione locale e gli ambientalisti invece si erano opposti esprimendo preoccupazione per la possibilità di incidenti come quello nel Golfo del Messico, che nel 2010 causò la dispersione di milioni di barili di petrolio anche sulle coste degli Stati vicini, con danni liquidati recentemente in 20 miliardi di dollari a carico della Bp. A pesare sulla decisione finale anche il Pentagono, preoccupato per possibili interferenze con le attività militari nell'area.

 

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