La politica

Referendum trivelle. Niente quorum, vince Renzi

17-04-2016

"Un risultato netto e chiaro". L'esito del referendum sulle trivelle è stato ufficializzato da pochi minuti, quando Matteo Renzi in una lunga dichiarazione a Palazzo Chigi prova a chiudere la partita su un voto che - come sottolinea - è apparso quasi come un regolamento di conti. E che ha dimostrato soprattutto una cosa: "La demagogia non paga".

 

ROMA. "Un risultato netto e chiaro". L'esito del referendum sulle trivelle è stato ufficializzato da pochi minuti, quando Matteo Renzi in una lunga dichiarazione a Palazzo Chigi prova a chiudere la partita su un voto che - come sottolinea - è apparso quasi come un regolamento di conti. E che ha dimostrato soprattutto una cosa: "La demagogia non paga". 

E il premier, che non si intesta la vittoria ma la lascia ai lavoratori delle piattaforme marine, con i quali brinda idealmente, punta il dito contro l'esibizione dei politici vecchio stile che "dichiarano di aver vinto anche quando hanno perso". 

Poi avverte: "In politica bisogna saper perdere: ci sono vincitori e degli sconfitti". Il presidente del Consiglio si toglie molti sassolini dalla scarpa senza fare i nomi. Anche se è evidente a chi intenda riferirsi: in particolare, alla sinistra del Pd e al governatore della Puglia Michele Emiliano: "Gli sconfitti non sono i cittadini che sono andati a votare" perché "chi vota non perde mai. Massimo rispetto per chi va a votare". Ma "gli sconfitti sono quei pochi, pochissimi consiglieri regionali e qualche presidente di Regione che hanno voluto cavalcare un referendum per esigenze personali politiche". Che vogliono difendere il mare da qualche piattaforma e poi non si occupano neanche dei collettori per i depuratori. E' il giudizio su un "referendum che si poteva evitare". 

Anzi - aggiunge - "abbiamo cercato di evitarlo per non sprecare 300 milioni di euro ma si è tenuto per esigenze e la voglia di conta da parte di qualcuno". Quindi, punta l'indice contro "una parte della classe dirigente di questo Paese che si mostra autoreferenziale: "Vivono su twitter e facebook. Ma l'Italia è molto più grande". 

Renzi spiega anche la sua difficoltà di astenersi e di invitare a non andare alle urne: "Ho molto sofferto per la scelta di non andare a votare" anche se "si trattava di una opzione permessa dalla Costituzione". Per il premier, l'opzione di un voto massiccio avrebbe potuto portare "a 11mila licenziamenti". "Credo che il presidente del Consiglio debba essere laddove si rischiano 11 mila posti di lavoro". 

"Il governo - sottolinea - non si annovera nella categoria dei vincitori ma sta con operai e ingegneri che domani torneranno nei loro posti di lavori consapevoli di avere un futuro e non un passato". 

Il premier e segretario del Pd chiude il suo lungo intervento con un tentativo di recupero anche verso tutti quelli che hanno cercato di utilizzare il referendum a scopi puramente politici: "A coloro che hanno votato SI o NO dico che saremo in prima linea per fare dell'Italia un Paese che non spreca energie. Basta con le polemiche: l'Italia torni a fare l'Italia. Un Paese non può permettersi l'odio che è emerso in questa campagna politica". "Non dobbiamo piangerci addosso: siamo leader nel settore delle rinnovabili. Saremo a New York per siglare un accordo impegnativo perché vogliamo fare dell'Italia il paese più verde dell'Europa ma per farlo non possiamo sprecare le energie che abbiamo. il passaggio verso le energie rinnovale si può fare ma ci vuole tempo".

 

 

Affluenza. Prime Basilicata e Puglia

 

ROMA. Affluenza al 32,1 %, sotto la soglia minima, con esiti assai diversificati nelle diverse regioni: può essere sintetizzato così il voto degli italiani per il quesito referendario sulle trivelle. Il mancato quorum cristallizza quindi la situazione a com'era in precedenza. E' tuttavia da notare la diversità di performance messa in mostra dalle diverse Regioni, naturalmente con affluenze più generose in quelle che hanno promosso il quesito, Puglia e Basilicata su tutte. Il risultato di ieri, peraltro, ribadisce la validità della teoria secondo la quale quando il primo dato sull'affluenza non è a due cifre inevitabilmente il quesito è destinato a naufragare. 

Regione leader nella messa a punto del referendum è la BASILICATA, che al 90% degli 8 mila comuni scrutinati ha raggiunto il 50,4% di votanti. Tra le altre regioni che hanno promosso seguono il VENETO, con il 37,77%, la PUGLIA (42,11%), la LIGURIA (31,17%), le MARCHE (33,02%), il MOLISE (30,33%), la SARDEGNA (31,36%), la CALABRIA (26,51%) e la CAMPANIA (26,02%). Quindi, la percentuale dell'affluenza non si è avvicinata ai desideri dei consigli regionali impegnati in prima fila sul quesito referendario. Non hanno fatto di meglio, com'era prevedibile, le altre regioni. 

Riepilogando, dal dato complessivo si evidenzia che il PIEMONTE alle 23, a scrutinio quasi completato, ha archiviato un'affluenza del 31,28, quindi superiore alla media complessiva, con una punta del 35,12% a Torino. Oltre il dato nazionale anche la VALLE D'AOSTA, con il 34,02%, come la LOMBARDIA, con il 30,5% (e un picco massimo del 31,6 di Mantova). Sotto la media il TRENTINO ALTO ADIGE, con 23,8%, diversamente da quanto fatto dal VENETO, che ha raggiunto il 38% (41,4% a Padova), dal FRIULI-VENEZIA GIULIA (32%, con il dato più alto a Gorizia, che ha registrato un'affluenza del 36,5%). Oltre la media delle 19 anche la LIGURIA (31,2%, con un picco a Savona, 33,2%) e l'EMILIA ROMAGNA (34,2%, con Modena al 37,2%). 

Affluenza inferiore alla media nazionale in Toscana, che ha archiviato il 31% (Livorno svetta con il 34%), allo stesso modo dell'Umbria (28,5%, con Perugia al 28,6%). Le MARCHE si sono fermate al 34,4% (Ancona 37,4%), il LAZIO al 29,3% (maggior numero di votanti a Roma, fotografata al 31,%). Significativo poi il dato dell'ABRUZZO, regione che in una prima fase ha fatto parte del drappello delle regioni che hanno promosso il referendum: alle 23 la percentuale dei votanti è stata del 34,4%, più alta rispetto alla media nazionale, ma non in maniera esorbitante. In questo caso particolare la città con il dato più alto è stata Chieti con il 39,4%. Il MOLISE si è fermato al 33% (34,6% Campobasso), la Campania ha fatto registrare il 26% (29,8% ad Avellino), la PUGLIA, come già detto, si è fermata al 41,7% (47,5 a Lecce), la BASILICATA - dato più alto - al 50,5% (con Matera al 53,3%), la CALABRIA al 26,5% (Catanzaro 29,8%), la SICILIA 28,4% (33,6% Trapani) e la SARDEGNA al 31,5% (36% Oristano).

 

 

I big alle urne

 

ROMA. Quorum lontano e giornata all'insegna delle polemiche e della violazione del silenzio imposto dalla legge. In attesa della chiusura dei seggi, lo scontro sulla questione del non voto per il referendum sulle trivelle ha avuto momenti molto duri, nel Pd e negli altri partiti. 

Con una appendice velenosa tra i dem, dopo un tweet del renziano Ernesto Carbone che salutava con un "ciaone" tutti coloro che avevano confidato nel raggiungimento del quorum. In giornata, comunque, le massime autorità dello Stato si sono recate al seggio mostrando plasticamente la loro posizione sul tema del non voto: dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, a quello del Senato Pietro Grasso, fino alla presidente della Camera Laura Boldrini. Questi ultimi due, su Twitter hanno espresso una breve riflessione. 

"Rispetto ogni posizione ma sono affezionato all'idea di esprimere un voto quando, da cittadini, siamo chiamati a farlo", ha scritto Grasso, mentre Boldrini ha postato: "La partecipazione è un valore. Questa mattina ho votato". E se il presidente del Consiglio, come annunciato, si è astenuto, hanno invece votato i suoi predecessori Enrico Letta ("Ho esercitato il mio diritto-dovere", ha twittato) e Romano Prodi. Niente urne anche per l'ex presidente del Consiglio e leader di Forza Italia Silvio Berlusconi, che ha preferito recarsi al Salone del Mobile. Si sono recati invece a votare di buon mattino i leader del fronte del Sì, come Michele Emiliano, Beppe Grillo, Stefano Fassina, Roberto Speranza, Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Giovanni Toti. 

C'è stato poi chi, pur contrario nel merito al quesito, è andato a votare in contrapposizione all'invito all'astensione del Premier: "Ho votato per mandare a casa Renzi", ha detto Renato Brunetta. Al seggio sono andati anche diversi esponenti del Pd che nel Partito sostengono Renzi, come il governatore delle Marche Luca Ceriscioli o quello della Calabria Mario Oliverio. Sui social media, poi, in diversi hanno postato foto del seggio in cui hanno votato. Per Vincenzo De Luca, invece, il referendum "è una palla". Dopo che è stato diffuso il dato dell'affluenza a Mezzogiorno, dell'8,34%, proprio sui social è partita una guerra. I favorevoli al quesito hanno esortato ad andare a votare sostenendo che il quorum era raggiungibile, in base ad un paragone con il referendum del 1999. A fare l'invito anche Beppe Grillo, che al seggio aveva rispettato il silenzio elettorale. Nel pomeriggio il vicesegretario del Pd Lorenzo Guerini ha affermato che in base ad alcuni dati del Partito il quorum era lontano. Ernesto Carbone ha allora scritto su Twitter un "#ciaone al quorum", suscitando una pioggia di critiche, persino da parte di alcuni militanti Dem che si erano astenuti. Questi tweet, ha detto il bersaniano Miguel Gotor, "possono diventare un boomerang per il partito". 

Alle 19 arriva infine un dato con un affluenza piuttosto bassa: il 23,38%, che mette in salita, ripidissima, il raggiungimento del quorum. In ogni caso anche se lontani dai 25 milioni necessari a rendere valido il quesito, il superamento della soglia dei 10 milioni di votanti viene considerato come "successo" a livello politico, dal governatore della Puglia Michele Emiliano. E infatti Pietro La Corazza, presidente del Consiglio regionale della Basilicata non ha dubbi: si tratta di "un'importante affluenza ai seggi che porterà a un importante segnale politico".

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