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Scatta la fragile tregua ad Aleppo

05-05-2016

 

BEIRUT/BAGHDAD. Entrerà formalmente in vigore alla mezzanotte una nuova fragile tregua ad Aleppo, annunciata ieri dopo un accordo raggiunto tra Usa e Russia al termine di un'altra tragica giornata per la città siriana. Lo hanno confermato in serata fonti dell'esercito siriano e il segretario di Stato americano John Kerry che si è augurato che tutte le parti rispettino il cessate il fuoco. Intanto a New York al Consiglio di sicurezza dell'Onu - convocato d'urgenza su richiesta di Gran Bretagna e Francia -, si è alzata forte la voce di condanna dei bombardamenti. 

"Affamare la popolazione come arma è un crimine di guerra, così come gli attacchi deliberati agli ospedali", ha tuonato il capo degli affari politici dell'Onu, Jeffrey Feltman, mentre il responsabile degli affari umanitari del Palazzo di Vetro, Stephen O'Brien si è detto "inorridito" da morte e distruzione. "La vita nella città non ha più alcun senso - ha aggiunto - la gente è costantemente terrorizzata dalla minaccia di un attacco aereo". Secco anche l'ambasciatore britannico all'Onu, Matthew Rycroft: "Non possiamo non fare nulla davanti a queste barbarie, il Consiglio di Sicurezza ha l'obbligo di mostrare alla gente di Aleppo che stiamo lavorando per proteggerli". 

Da due settimane la città siriana è infatti campo di battaglia tra governativi e ribelli con bombardamenti su case, ospedali e moschee ed un bilancio di quasi 300 civili uccisi. E allo stesso tempo si riaccendono anche i combattimenti nella Ghuta orientale, alle porte di Damasco, dove una ventina di raid sono stati compiuti su postazioni di gruppi armati delle opposizioni allo scadere di una tregua temporanea annunciata sabato scorso dall'esercito siriano. Mentre la cessazione delle ostilità ad Aleppo dovrebbe essere un'estensione dell'accordo riguardante appunto la Ghuta orientale, oltre che la provincia nord-occidentale di Latakia. 

"Non abbiamo bisogno di dichiarazioni, abbiamo bisogno della fine dei combattimenti", ha affermato il capo della task-force umanitaria dell'Onu per la Siria, Jan Egeland, esprimendo tutta la frustrazione per lo stillicidio di promesse non mantenute di una pacificazione che consenta almeno l'accesso di aiuti umanitari alle popolazioni più colpite. Mentre l'inviato speciale delle Nazioni Unite, Staffan de Mistura, ha avvertito che le conseguenze di un mancato cessate il fuoco sarebbero "catastrofiche" perché non meno di 400.000 civili potrebbero fuggire verso la Turchia. 

Parallelamente il numero dei rifugiati siriani in attesa di entrare in Giordania - stipati in due campi nel deserto - ha raggiunto un nuovo picco toccando quota 59mila. Ma sul piano diplomatico non sembrano esserci segnali incoraggianti per una soluzione politica del conflitto, e anche le grandi potenze rimangono più divise che mai. 

Se martedì Kerry aveva detto che tutte le parti in conflitto avevano la colpa del "caos" ad Aleppo, ieri il ministro degli Esteri francese Jean-Marc Ayrault ha affermato che il regime del presidente Bashar al Assad, sostenuto dalla Russia, porta "l'intera responsabilità". Ayrault ha lanciato le sue accuse durante un incontro a Stoccarda con con il suo omologo tedesco Frank-Walter Steinmeier, con de Mistura e con il leader delle opposizioni Riad Hijab. Quest'ultimo ha detto da parte sua che i colloqui di pace sono "finiti in un vicolo cieco", ribadendo che non vi è alcuna possibilità di soluzione politica "finché Assad resta in Siria". 

In questa situazione d'incertezza riprende fiato l'Isis, che negli ultimi giorni è tornato ad attaccare il giacimento di gas naturale di Shaer, nei pressi di Palmira, dove continuano i combattimenti con le forze lealiste. Scontri sono ancora in corso anche in Iraq, a nord di Mosul, dove i miliziani curdi Peshmerga, appoggiati dai raid aerei della coalizione internazionale a guida Usa e anche da formazioni di volontari cristiani, hanno respinto un'offensiva lanciata dallo Stato islamico riprendendo il controllo della cittadina di Teleskof - a maggioranza cristiana - che ieri per alcune ore era caduta nelle mani dei jihadisti. 

Anche un soldato americano dei Navy Seal era rimasto ucciso martedì mentre era al seguito dei Peshmerga. Una conferma che la guerra contro lo Stato islamico è "tutt'altro che finita", ha affermato oggi il segretario alla Difesa Usa Ash Carter, nel corso di un incontro a Stoccarda con funzionari della Difesa di 11 Paesi, tra i quali l'Italia.  

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