Dal Mondo

Siria. La musica torna a Palmira

06-05-2016

 

PALMIRA (SIRIA). Una dimostrazione di forza. E di spregiudicatezza. A poco più di un mese dalla liberazione di Palmira dalla barbarie dell'Isis, la Russia ha portato la Mariinsky Orchestra di San Pietroburgo nell'antico teatro della città vecchia, patrimonio dell'Unesco. Un concerto in mezzo alla Siria e alla guerra per ribadire forte e chiaro che a cacciare lo Stato Islamico dalla perla del deserto è stata Mosca. Là dove l'Isis tagliava gole, ore riecheggia la musica di Bach. E le parole di Vladimir Putin. 

Il presidente russo si è infatti collegato in diretta dal Cremlino poco prima che il concerto iniziasse. "Oggi proviamo un senso di gratitudine per chi ha combattuto il terrorismo ed esprimiamo la speranza che Palmira torni ad essere un tesoro per tutta l'umanità", ha detto lo zar. Che poi ha sottolineato come la battaglia al terrore debba essere globale e ogni perdita considerata come di tutti. 

Un tema caro al presidente, che non perde occasione per ricordare all'Occidente che la politica dei 'doppi standard' - terroristi di serie A e serie B - ha portato al disastro dell'Isis. A suonare un assolo, a Palmira, c'era anche Serghei Roldugin, l'amico d'infanzia di Putin finito al centro dello scandalo dei Panama Papers come possibile 'terminalè di un giro di bustarelle miliardarie destinate al circolo magico del presidente. Che nega tutto. 

Così, nel mezzo del deserto, davanti a un folto gruppo di giornalisti internazionali impegnati in un tour della Siria organizzato dal ministero della Difesa proprio Roldugin ha intrattenuto le truppe russe di stanza a Palmira, il ministro della Cultura russo Vladimir Medinsky, diversi esponenti dell'Unesco e una rappresentanza della popolazione di Palmira. Mentre l'orchestra suonava, gli elicotteri volteggiavano intorno al parco archeologico. Nelle zone circostanti, infatti, si combatte ancora. Oggi siamo stati accolti da una salva di colpi d'artiglieria diretti contro postazioni Isis a 15 chilometri di distanza. 

La città nuova è semidistrutta, e le ferite della guerra sono fresche e visibili. Da qui a Latakia, dove si trova la base russa, sono quasi 200 chilometri di strada costellata di posti di blocco, postazioni missilistiche e casematte dell'esercito siriano. A proteggere il nostro convoglio, oltre agli autoblindo, due elicotteri d'assalto dell'aviazione russa. Misure di sicurezza imponenti, certo, che però non cancellano l'evidente realtà: l'area ormai è sicura abbastanza - ritengono i russi - per aprire, e sfoggiare, Palmira al mondo.

 

 

Ramadi. Raid sul campo profughi: 30 morti

 

BEIRUT. Almeno trenta profughi uccisi, tra cui donne e bambini, è il bilancio di un raid aereo che ha colpito un campo nel nord-ovest della Siria, nel giorno in cui ad Aleppo città era regnata una calma tesa dopo l'entrata in vigore nella notte della tregua decisa da Stati Uniti e Russia. Fonti della protezione civile siriana di Sarmada, nella regione di Idlib, affermano che "aerei russi hanno colpito tre volte il campo di Kammuna", poco lontano dal confine turco. 

La televisione del network Sham mostra immagini di soccorritori intenti a spegnere le fiamme divampate tra le tende del campo. "Ci sono 20 uccisi e più", afferma nel filmato un membro della protezione civile di Sarmada. Non è chiaro se i jet che hanno compiuto il raid siano siriani governativi o russi. 

In precedenza, i comitati di coordinamento locali, attivisti delle opposizioni siriane, avevano riferito di "almeno 30 morti". I media controllati dal governo siriano finora non riportano alcuna notizia in merito.  

Ad Aleppo ieri si era registrata una calma inusuale dopo due settimane di raid aerei bombardamenti di artiglieria che hanno ucciso più di 280 persone. Si sono registrati attacchi aerei e scontri armati fuori dalla città, e un duplice attacco dinamitardo ha ucciso una decina di persone a est di Homs nella Siria centrale. 

La giornata era stata anche caratterizzata dalla diffusione di immagini satellitari che mostrano come Ramadi, città irachena in mano all'Isis per otto mesi dall'agosto 2015 al gennaio scorso, sia stata ridotta a un tappeto di macerie. La città chiave dell'insurrezione jihadista è stata di fatto rasa al suolo, distrutta dai raid aerei della coalizione anti-Isis guidata dagli Usa e dai combattimenti tra miliziani e forze lealiste irachene. 

La distruzione di Ramadi, posta al centro del famigerato 'triangolo sunnita iracheno', assomiglia a quella di altre città irachene, come Falluja e Hit, e ad altre situazioni catastrofiche in Siria, come Homs e la stessa Aleppo, in larga parte distrutte dai raid aerei governativi e russi e dalle violenze in corso da cinque anni. 

Ramadi, capitale della regione irachena di Anbar, sembra essere oggi il simbolo di questa distruzione: oltre 3.000 edifici a terra, quasi 400 strade e ponti danneggiati o distrutti tra maggio 2015, quando i jihadisti conquistarono la città, e il 22 gennaio dopo la riconquista delle forze irachene. 

Le foto sono state rese disponibili dalla DigitalGlobe e analizzate dal centro di ricerca Allsource Analysis, due entità private statunitensi. In alcune immagini sono evidenziati crateri causati dall'impatto di bombe sganciate dalla coalizione a guida americana. Alcuni crateri hanno diametro di 14 o 15 metri. In tutto il sistema di analisi ne ha identificati 615 in tutta Ramadi. 

Le immagini mostrano anche il danneggiamento della diga sul fiume Eufrate, noto come il 'Ponte Jazira'. 

La maggioranza della popolazione della città crocevia verso la Siria e la Giordania e che un tempo contava un milione di persone, è fuggita e non può tornare nella città. 

Il palinsesto di oggi