Libano. La Siria defilata ma con molti amici all'opposizione
BEIIRUT. Nella crisi libanese la tradizionale potenza egemonica di Damasco, per tre decenni e fino al 2005 presente con le proprie truppe nel Paese dei Cedri, ha svolto finora un ruolo solo apparentemente defilato, eppure la Siria appoggia apertamente l'opposizione libanese, nella quale conta molti alleati. La stampa governativa siriana ha illustrato ieri in modo inequivocabile il punto di vista di Damasco: l'opposizione libanese, guidata dal movimento sciita filoiraniano Hezbollah, "ha ristabilito la situazione in Libano, strappandolo dalle tutele straniere e sradicando alla radice il complotto che mirava a trasformare il Libano, o parte di esso, in un protettorato israeliano e in una nuova testa di ponte americana nella regione".
Nei giorni scorsi, il presidente siriano Bashar al-Assad aveva affermato che la "crisi libanese è un affare interno" e che essa non "deve essere internazionalizzata". Anche per questo motivo, nessun rappresentante di peso di Damasco ha ieri partecipato alla riunione d'emergenza del consiglio della Lega araba al Cairo, richiesta dall'Arabia Saudita e dall'Egitto, i due principali alleati americani nella regione e da tempo ai ferri corti proprio con la Siria, legata invece all'Iran da un'abbraccio politico-militare quasi trentennale. Il boicottaggio siriano dell'incontro del Cairo - secondo alcuni una ‘ripicca' dopo il boicottaggio egiziano e saudita del vertice arabo di Damasco dello scorso marzo - formalmente riflette la volontà siriana di non voler intervenire nella "crisi". Dietro questa scelta - notano alcuni - si cela però la spaccatura, sempre più profonda, tra il fronte dei regimi arabi sunniti sostenuti da Washington e che appoggiano la maggioranza governativa libanese, e l'alleanza siro-iraniana che invece supporta il Partito di Dio. Al di là della retorica, il presidente siriano Assad, in un'intervista pubblicata venerdì da L'Espresso, ha realisticamente ricordato le implicazioni regionali del puzzle libanese: "Non posso negare che continuiamo ad avere un'influenza, ma il Libano è una porta chiusa con più chiavi: una l'abbiamo noi, altre sono nelle mani di interlocutori diversi". Ma la chiave ‘sirianà in Libano è composta da numerosi denti, ciascuno radicato nelle diverse confessioni del Paese dei Cedri: oltre al sostegno logistico fornito a Hezbollah, attraverso i suoi vicini confini, Damasco può contare sui buoni uffici del presidente del Parlamento e leader sciita d'opposizione, Nabih Berri, storico uomo della Siria.
Nel nord, l'influenza di Damasco è assicurata dalla lealtà del cattolico-maronita Suleiman Frangie sulle colline sopra Tripoli, e da quella del sunnita Omar Karame nello stesso porto settentrionale. Sempre a nord, nella valle orientale della Beqaa e in altre zone del Paese, i seguaci del Partito social nazionale siriano (Pssn), per anni perseguitati in Siria, in Libano sono invece fedeli a Damasco, così come lo sono i due leader drusi Wiham Wahhab e Talal Arslan.
Anche il leader maronita dell'opposizione e alleato di Hezbollah Michel Aoun, da feroce oppositore dell'influenza siriana, ha da tempo abbandonato la retorica anti-Damasco, spaccando il fronte dei cristiani libanesi e facilitando così i disegni di chi vuole un Libano sempre diviso per governarlo meglio.
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