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Serbia. Voto. Confermata l'avanzata di Tadic

13-05-2008

BELGRADO. È gia tempo di trattative in Serbia, sotto e sopra il banco, dopo l'avanzata del blocco liberale ed europeista del presidente, Boris Tadic, alle elezioni politiche di domenica. Conclusesi con una vittoria dalle dimensioni insperate sugli ultranazionalisti del Partito Radicale (Srs) di Toma Nikolic, ma che rischia di rivelarsi monca senza un accordo con una qualche forza minore: prima fra tutte, il Partito Socialista (Sps) che fu di Milosevic, riemerso come ago della bilancia con un 7,5% di consensi. I dati ufficiali preliminari di ieri - sul 98% delle schede scrutinate - rispecchiano le proiezioni. La lista ‘Per una Serbia europea' di Tadic si attesta quasi al 39% dei suffragi, con un balzo in avanti di una decina di punti e 102-103 seggi nel carniere. Mentre i radicali di Nikolic e dell'imputato per crimini di guerra Vojislav Seselj, prima forza del Paese dal 2003, si fermano al 29%, come nella tornata precedente. Oltre la soglia del 5% sono inoltre confermati il Partito Democratico di Serbia (Dss, conservatore) del premier uscente, Vojislav Kostunica, già alleato di Tadic, ma oggi più vicino ai nazionalisti nel rifiuto del dialogo con l'Ue dopo il riconoscimento europeo della secessione del Kosovo, in netto calo all'11,3%; lo Sps del quarantenne Ivica Dacic, che risale al 7,5%; e il Partito Liberaldemocratico del giovane Ceda Jovanovic (l'unico disposto ad accettare il divorzio di Pristina), che si attesta al 5,3%. Un quadro da cui emerge un chiaro vincitore politico, Tadic. Ma non una coalizione parlamentare altrettanto chiara. Sullo sfondo di un Paese che se in maggioranza ribadisce "la scelta di una strada europea" - come sottolineato nella notte da un rincuorato presidente della Repubblica -, preferendola realisticamente alle velleità di un asse esclusivo con la Russia, per ragioni di collocazione geografica oltre che di interesse economico, resta in generale diviso e poco incline all'entusiasmo: sotto l'effetto dei persistenti traumi sociali di una transizione incompiuta, di una rilettura incompleta della storia recente, dell'irritazione diffusa per il riconoscimento occidentale dello strappo kosovaro. Per la formazione del nuovo governo bisognerà aspettare ora metà giugno, quando il nuovo Parlamento unicamerale di Belgrado (250 seggi in tutto) s'insedierà.
Il rito delle consultazioni - e delle contrattazioni - è peraltro già in corso. Nikolic spera ancora di poter ribaltare il tavolo unendo tutte le forze non liberali attorno allo Srs: dal Dss di Kostunica (col quale c'é già stato oggi un primo incontro), allo Sps, a qualche deputato disperso. E contesta come prematuri i proclami di vittoria di Tadic e dei suoi.
L'ipotesi di un governo dei ‘perdentì appare tuttavia problematica: potrebbe infatti contare, al più, sul sostegno di una maggioranza risicatissma di 127 seggi su 250. Senza considerare che lo Sps resta alla finestra, tanto più che nella sua pattuglia di deputati ve ne sono otto (su 20) provenienti dai partiti satelliti dei Pensionati Uniti e di Serbia Unita, già in trattative con la lista di Tadic. Neppure per il blocco presidenziale, tuttavia, le cose appaiono facili. Smaltita l'euforia di un successo superiore alle attese, l'entourage di Tadic sa di dover trovare adesso alleati, come riconosce il ministro degli Esteri, Vuk Jeremic, uno dei fedelissimi del presidente, aprendo le porte senza ombra di veti ideologici "a tutte le forze disposte a scommettere con noi su un avvenire europeo per la Serbia". Lo Ldp di Jovanovic - che condivide l'europeismo del capo dello Stato, ma non il suo moderatismo, né la sua determinazione a respingere l'indipendenza del Kosovo - potrebbe garantire alla fine un appoggio esterno. Così come i deputati (almeno sette) eletti in rappresentanza delle minoranze etniche. Ma non basta. Serve, verosimilmente, un'intesa con gli ex nemici socialisti: gli eredi - solo in parte rinnovati - di quello Slobodan Milosevic che i democratici sloggiarono dal potere a colpi di proteste di piazza nell'ottobre del 2000.
"Tutto dipende da Dacic", titola oggi Glas Javnosti, mentre diversi analisti avvalorano l'idea di un'intesa Tadic-Sps come unico sbocco alternativo allo spettro di un ennesimo voto anticipato. I socialisti, intanto, attendono "avances", come fa sapere il loro leader fra il serio e il faceto. Pronti a cedere - afferma - a chiunque possa dar garanzie in materia di "interesse nazionale e giustizia sociale".