Tanti i problemi istituzionali e non. Decolla il dialogo con l'opposizione
ROMA. Un discorso misurato e imperniato sulla necessità di un dialogo costruttivo fra maggioranza e opposizione per risolvere i tanti problemi che gravano sul Paese. Silvio Berlusconi indossa i panni dello statista nel discorso programmatico in vista del voto di fiducia al suo quarto governo. Non è la prima volta che usa toni concilianti all'inizio dell'avventura di governo. Ma, assicurano deputati e senatori che più gli sono vicini, questo non sarà un messaggio fine a se stesso, magari dettato dall'esigenza di iniziare la legislatura nel segno del dialogo.
"Da parte mia la stagione del muro contro muro è finita", ha spiegato nei giorni scorsi il presidente del Consiglio, anticipando ai più stretti collaboratori le linee del suo intervento. L'intenzione, ha aggiunto, è quella di "mantenere gli impegni" assunti in campagna elettorale, ivi compreso quello di avviare un dialogo costruttivo con l'opposizione. Non si tratta di buonismo, assicura chi lo conosce bene. Dietro queste parole, infatti, ci sono ragioni di interesse personale e opportunità politica.
Berlusconi sa bene quanto difficile sarà governare ed è convinto che il coinvolgimento dell'opposizione potrebbe agevolare le riforme. In primo luogo quelle istituzionali. Le modifiche costituzionali arenatesi nel referendum per il ruolo del centrosinistra sono un ricordo ancora fresco.
Ma il dialogo non si fermerebbe all'architettura istituzionale. "L'Italia ha tanti problemi da risolvere", ha ripetuto Berlusconi in questi giorni, sottolineando che su quelli più spinosi la ricerca del consenso servirebbe a evitare spaccature nella società. "Voglio provare a lavorare insieme su alcuni temi di politica interna e internazionale su cui mi rendo conto che serve il massimo consenso del Paese a tutti i livelli".
Basti pensare alla riforma della Pubblica amministrazione, con quelle misure "impopolari" ventilate in campagna elettorale, alla quale dovranno lavorare sia Maurizio Sacconi che Renato Brunetta. Gli stessi che poco tempo fa aprirono al giuslavorista del Pd Pietro Ichino. E lo stesso vale per l'emergenza rifiuti, il carovita, il dossier Alitalia.
Ma dietro questa ‘distensione' c'é anche un evidente interesse personale. Non solo, come riconoscono anche alcuni esponenti del Pdl, per accreditarsi come possibile inquilino del Quirinale. Ma anche per scrollarsi di dosso l'immagine del "leader di parte", del "nemico", dell'avversario da "abbattere a tutti i costi" - sono parole sue - che in molti nell'opposizione gli hanno cucito addosso in questi anni. Un modo per essere percepito anche dagli avversari con occhi diversi, anche in vista di una futura (ma prima o poi inevitabile) uscita di scena.
Per fare tutto ciò, però, c'é bisogno di un interlocutore credibile che Berlusconi ha da tempo individuato in Walter Veltroni. "Mi sembra che sia l'uomo giusto, colui che puòrecepire questa mia apertura", ha confidato ai suoi.
Da qui la consacrazione della sua leadership e il riconoscimento del governo ombra del Pd (dimostrato plasticamente con il suo ritorno in aula per assistere oggi all'intervento di Bersani). Ma l'opposizione, per Berlusconi, deve essere una, non due o tre. L'altro suo obiettivo è infatti quello di isolare le "minoranze" (Udc compresa) rimaste in Parlamento e magari, proprio con l'aiuto del Pd, ridurle all'impotenza.
"Berlusconi punta a rivedere il sistema elettorale insieme al Partito democratico, ad iniziare da quello delle europee, introducendo uno sbarramento che consacri il bipartitismo imposto dagli elettori in aprile", ha spiegato un ministro del Pdl. Ciò, sottolinea chi lo consoce bene, non significa legarsi mani e piedi al dialogo, perché compito del governo è decidere; a maggior ragione con una maggioranza ampia come quella uscita dalle urne: "Se il dialogo non fosse possibile non mi fermerò ma proseguirò per la mia strada rispettando gli impegni elettorali".
La mano tesa all'opposizione, dunque, non impedirà l'azione di governo. Anche perché, su molti temi, il confronto potrebbe arenarsi in tempi brevi. Basti pensare alla riforma della giustizia, indicata fin da subito come priorità da Berlusconi. E non è un caso che il premier abbia scelto un fedelissimo come Angelino Alfano, ignorando gli inviti del Quirinale a scegliere personalità di maggiore esperienza, al dicastero di via Arenula. Dialogo sì, insomma, ma non a tutti i costi.












