K2. La causa della Strage è una valanga. Bilancio di 9 morti e 4 dispersi
ISLAMABAD. Erano fermi, uno dietro l'altro, a 8.300 metri di quota, studiando come affrontare un tratto impegnativo dopo che la caduta di un seracco aveva spazzato via le corde fisse, unica assicurazione per la discesa fino al campo 4. In quel momento un valanga staccatasi poco più in alto, sui pendii sommitali del K2, li ha travolti e scaraventati in mezzo alle rocce e ai ghiacci centinaia di metri più in basso. Così sabato mattina, verso le 8, sopra il 'traverso', sono morti sette dei 13 alpinisti di cui non si hanno più notizie da oltre 36 ore sulla seconda montagna più alta della Terra. L'italiano Marco Confortola se l'é cavata per una questione di metri: si trovava a poca distanza, in una buca dove ha trascorso la notte con il capospedizione olandese, Wilco van Rooijen, ed ha visto sfilargli accanto la slavina.
A spiegare i fatti sono stati alcuni alpinisti sudcoreani, giunti ieri pomeriggio al campo base avanzato, che hanno assistito alla tragica scena. Il loro racconto apre uno squarcio di luce su una vicenda che ha ancora troppi tratti oscuri. A cominciare dalla domanda, per ora senza risposta, di perché tanti scalatori, anche esperti come Confortola, abbiano continuato a salire anche quando si devono essere resi conto che non sarebbe rimasto il tempo per una discesa in sicurezza. Per fare chiarezza, però, occorrerà attendere i molti superstiti che arriveranno oggi al campo base con il loro pesante fardello di dolore, sofferenza e 'fantasmi'.
Confortola ieri è riuscito a scendere e a raggiungere il campo 2, dove ha trascorso la notte. I problemi al braccio (soffre di un principio di congelamento) gli hanno impedito di procedere più velocemente verso valle. "Sto bene" ha comunque rassicurato via radio il compagno di cordata, il bresciano Roberto Manni, che dal campo base partecipa all'organizzazione dei soccorsi. Per aiutarlo sono saliti sulla montagna anche Mario Panzeri e Daniele Nardi, reduci dalla scalata del Broad Peak. Con il loro aiuto e quello dei portatori questa mattina l"ironman' di Santa Caterina Valfurva proseguirà sulla via del rientro. Ad attenderlo potrebbe esserci un elicottero per il trasporto fino ad Islamabad: il comitato Everest-K2-Cnr, in collaborazione con l'Unità di crisi della Farnesina e con l'ambasciata italiana in Pakistan, sta organizzando il trasferimento.
Come era più che prevedibile, il bilancio della tragedia sul K2 ieri si è ancora aggravato: la stima ufficiosa è di 9 morti (tre sudcoreani, due nepalesi, un serbo, un norvegese, un irlandese, un pachistano) e quattro dispersi (un francese, un pachistano, un austriaco e uno sconosciuto), per i quali le speranze di essere ritrovati ancora in vita sono ridotte al lumicino. Nel frattempo emergono i primi particolari. Oltre alla caduta fatale del serbo Dren Madic durante la salita, c'é da aggiungere quella del norvegese Rolf Bae. Entrambi, così come l'irlandese Gerard McDonnell, erano giunti nel Karakorum con un sogno nello zaino: essere i primi dei rispettivi paesi a scalare il K2. Sogno che non hanno fatto in tempo a cullare prima che si trasformasse in incubo. Di nessuno dei tre si hanno più notizie.
La scorsa notte è stato invece ritrovato Wilco van Rooijen, che stava scendendo lungo la via Cesen, a fianco della via 'classica' dello Sperone Abruzzi. I compagni di spedizione lo hanno accompagnato in tenda a campo 3: esausto, con principi di congelamento, ma in condizioni non preoccupanti. Per i superstiti la giornata di domemica è stata un'ulteriore, durissima, prova: agganciati alle corde fisse, con problemi di congelamento alle mani e ai piedi, aiutati dai portatori, dai campi alti sono scesi come formiche lungo la montagna. Qualcuno è già arrivato al campo base dove ha trovato un sostegno fisico e psicologico. Come l'affascinante norvegese Cecilie Skog, che sul K2 ha visto morire il marito Rolf Bae.
E a piangere ieri sono state anche le mogli dei quattro portatori, due sherpa nepalesi e due baltì pachistani, scomparsi a oltre 8.000 metri di quota. Sono gli unici che non scalavano per passione ma per lavoro. Un lavoro pagato poche decine di dollari. "Prima di partire per l'Himalaya o il Karakorum - osserva Fausto De Stefani, sesto uomo a scalare tutti e 14 gli Ottomila della Terra - ogni alpinista dovrebbe chiedersi se è in grado di affrontare una situazione difficile da solo, senza portatori baltì o hunza: se la risposta è negativa, allora è meglio restare a casa".












