Dal Mondo

Pechino. Proteste in piazza e primi fermi

07-08-2008

A pochi giorni dalla cerimonia di inaugurazione dei Giochi olimpici, scoppiano le prime proteste in favore del Tibet e le autorità cinese reagisce con mano pesante fermando quattro attivisti stranieri

PECHINO. Giornata di proteste ieri alle Olimpiadi. Tre cittadini statunitensipiazza Tiananmen facendo ancora una volta breccia nel servizio di sicurezza di Pechino. Questa volta a scatenare la protesta non tanto i diritti del popolo tibetano quanto la politica di controllo delle nascite voluta dal governo cinese. Gli americani si sono professati "protestanti e cattolici". Prima di essere bloccati dalla polizia hanno urlato slogan contro la politica di controllo delle nascite imposta dalle autorita', che puo' arrivare perfino all'aborto forzato per le donne. I manifestanti hanno chiesto la "fine della brutalita" definendosi la "voce" delle donne costrette ad abortire. I tre sono stati portati al commissariato e interrogati, ma sono stati rilasciati.


A pochi giorni dalla cerimonia di inaugurazione dei Giochi olimpici, scoppiano le prime proteste in favore del Tibet e le autorità cinese reagisce con mano pesante fermando quattro attivisti stranieri. A gettare altra benzina sul fuoco delle relazioni sino-americane ci ha pensato l'ufficio visti delle autorità cinesi che ha revocato il permesso di ingresso al pattinatore Usa Joey Cheek, che pur non gareggiando, voleva venire in veste di attivista per il Darfur. Una giornata tesa, dunque, iniziata per giunta molto presto. All'alba, infatti, 3 uomini e 1 donna (secondo gli organizzatori cinesi dei Giochi si tratta di due britannici e due statunitensi) hanno esposto degli striscioni inneggianti al 'Tibet libero' in lingua inglese e cinese su due pali nei pressi del Nido d'Uccello, l'immenso stadio simbolo di 'Pechino 2008'. E l'intervento delle forze dell'ordine non si è fatto attendere: dopo appena 12 minuti lo striscione era stato rimosso e i contestatori fermati.

Poco dopo, il governo cinese è intervenuto nuovamente: questa volta per revocare il visto all'americano Cheek, medaglia d'oro di pattinaggio velocità ai Giochi invernali del 2006. Un gesto che l'Ong Dream for Darfuf, che ha diffuso la notizia, ha definito "scioccante", perché "una cosa è vedersi rifiutare un visto, un'altra vederselo revocare". Immediata è scattata la protesta ufficiale Usa. "Abbiamo espresso alle autorità cinesi la nostra preoccupazione per il fatto che un cittadino americano, che ha diritto di muoversi liberamente, si veda rifiutare il permesso di andare in Cina" ha detto Robert Raines, portavoce dell'ambasciata americana. Come se non bastasse a complicare le cose ci ha pensato il presidente Usa: da Seul, a due giorni dal suo arrivo a Pechino, George W.Bush ha rincarato la dose, sollecitando Pechino a concedere maggiore libertà religiosa, un tema sul quale sembra voler ritornare anche nel corso del soggiorno previsto proprio per la cerimonia inaugurale dei Giochi. "Dove c'é religione, c'é un posto migliore, come negli Stati Uniti", ha detto il capo della Casa Bianca. Aggiungendo di andare alla cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici per mostrare il suo "rispetto per il popolo cinese".

A scoprire definitivamente i nervi cinesi ci hanno poi pensato i ciclisti americani, sbarcati a Pechino indossando mascherine nere anti-smog. Un gesto che, pare, le autorità cinesi non abbiano gradito, ritenendolo una provocazione. Ma non basta. L'antipasto politico-diplomatico di quella che sarà la sfida del medagliere olimpico, dove Pechino cercherà lo storico sorpasso su Washington, è continuato su un fronte che si scosta dal tema dei diritti umani. Tre cittadini statunitensi, definitisi "protestanti e cattolici", sono stati fermati e poi rilasciati per aver manifestato a piazza Tiananmen contro la politica di controllo delle nascite voluta dal Governo cinese. Accolto solo fra stupore e occhi a mandorla sgranati, invece, l'atto dimostrativo di Amanda Beard, nuotatrice Usa che per mostrare la sua fede animalista, nel Paese dove i cani finiscono sulle tavole dei banchetti, ha esposto le sue foto osé. Nessuno l'ha fermata: un successo.

In questo clima di pugno da pugno di ferro, agli attivisti pro-Tibet non resta che aggirare i divieti imposti dalle autorità cinesi: così alcuni di loro hanno organizzato un incontro con i giornalisti per presentare un documentario su come il popolo tibetano vede i Giochi. Ai pochi giornalisti sfuggiti al controllo del servizio di sicurezza dell'albergo, gli attivisti guidati dal pastore americano, Eddie Romero, che chiede il rilascio di cristiani e militanti dei diritti umani detenuti in Cina, ha mostrato una scena inquietante: due stanze dell'hotel trasformate in "camere di interrogatorio" con tanto di manichini, sangue finto e slogan con la partecipazione degli stessi giornalisti. Ma anche questa iniziativa, alla fine, è stata bloccata.