Pena morte per Medellin, Texas contro il mondo
NEW YORK. Il boia del Texas crea un caso diplomatico internazionale: poche ore dopo l'esecuzione del detenuto messicano Jose Medellin il governo del Messico ha fatto pervenire al Dipartimento di Stato una nota di protesta. "E' stato un arrogante atto di sfida degli Stati Uniti rispetto ai diritti umani e alle convenzioni internazionali": così il segretario generale del Consiglio d'Europa Terry Davis. Per salvare Medellin si era prodigato ieri il segretario generale dell'Onu Ban Ki Moon in un vano appello in extremis alle autorità texane per fermare la mano del boia. E' stato tutto inutile: alle 21:57 di ieri (ora locale, l'alba in Italia), con un ritardo su quattro ore sull'orario previsto, Medellin veniva dichiarato morto. L'esecuzione ha messo lo stato del Texas contro il resto del mondo, contro le Nazioni Unite e la Corte di Giustizia dell'Aja, contro il Congresso e la stessa amministrazione Bush che a sorpresa era intervenuta a favore di una 'seconda chance' per il detenuto al centro da cinque anni di un caso internazionale complicato dalle incendiarie polemiche sull'immigrazione che oppongono Stati Uniti e Messico.
"Se Medellin fosse stato svedese avrebbe avuto sorte diversà, ha commentato David Fathi di Human Rights Watch. Il boia ha premuto sul pulsante dell'iniezione letale dopo che la Corte Suprema aveva bocciato in extremis e di stretta misura (cinque a quattro) l'ultimo appello sostenendo che la possibilità di una azione del Congresso sul caso Medellin era troppo remota. Fino a ieri ogni tribunale ad ogni livello di appello aveva respinto i ricorsi presentati da Medellin per ottenere un rinvio che desse tempo al Congresso di varare una legge per permettere al detenuto di ridiscutere il suo caso in aula. "Abbiamo fatto il possibile", ha detto pochi minuti prima dell'esecuzione il portavoce del Dipartimento di Stato Kurtis Cooper, richiamando un altro verdetto della Corte Suprema secondo cui il presidente non ha l'autorità di scavalcare i poteri e la volontà di uno stato come il Texas, sovrano in fatto di pena di morte. "Il Texas ha l'obbligo di rispettare i verdetti della Corte Internazionale di Giustizia", in quanto gli Stati Uniti sono membro dell'organizzazione, aveva detto invece ancora ieri da Città del Messico il segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon. Il caso Medellin, insieme a quelli di una cinquantina di altri messicani attualmente nel braccio della morte in carceri statunitensi, rientrava in un contenzioso tra Usa e Messico in atto da anni.
Medellin era reo confesso dell'omicidio e dello stupro di gruppo di due teenager texane nel 1993 a Houston. Nel suo caso, come in quello degli altri detenuti messicani, gli Stati Uniti erano stati accusati di non aver garantito l'assistenza consolare prevista dalla Convenzione di Vienna. Nel 2004 la Corte internazionale dell'Aja aveva accolto la protesta formale delle autorità messicane, chiedendo ai tribunali Usa di dare ai condannati a morte stranieri la possibilità di comparire di nuovo in aula per ridiscutere i loro casi. L'anno seguente, a sorpresa, l'amministrazione Bush aveva accolto le richieste dell'Aja e chiesto ai tribunali americani di ridiscutere i processi. Ma se a quel punto alcuni Stati come l'Oklahoma avevano fatto marcia indietro (trasformando in ergastolo il caso del condannato Osvaldo Torres) in Texas, lo stato più severo negli Usa per l'applicazione della pena capitale, le cose erano andate diversamente. Medellin era diventato il detenuto-simbolo della vicenda, dopo che il Texas si era opposto alla decisione del governo federale ed aveva fatto ricorso alla stessa Corte Suprema contro Bush. In marzo la Corte Suprema aveva dato ragione allo Stato americano, dichiarando che il governo federale non può imporre agli stati le nuove udienze, compito che spetta invece al Congresso.
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