Venezia Cinema/ Leone alla Carriera a Olmi dall'amico Adriano
VENEZIA. Tutti in piedi ad applaudire il maestro Ermanno Olmi, Leone d'oro alla carriera di Venezia 65. Ma il regista, che al Lido arrivò per la prima volta nel '61 con Il Posto (era l'anno di Accattone di Pasolini e Banditi a Orgosolo di De Seta), che ha 77 anni, la saggezza dell'anziano e la vitalità di un giovane, "invoca il diritto di cambiare idea" e tornare al cinema di finzione dal quale ha scelto per ora di allontanarsi per dedicarsi al cinema di documentario.
"Olmi è già rinato almeno sei - sette volte - ha detto il direttore della Mostra Marco Mueller che già nel 2004 aveva provato a premiarlo - noi gli diamo il leone d'oro non perché sia finito il suo lavoro". Ermanno Olmi, dall'alto della sua saggezza è ancora capace di indignarsi, e parecchio. S'infervora quando dice che "la mancanza di coraggio, di dire quello che si pensa, è tra i mali di questi giorni. Lo sappiamo tutti che stampa e tv sono nel pantano, la cosa che mi stupisce è che non si reagisce, non i lettori, non i giornalisti stessi, che hanno lasciato soli e umiliati Montanelli e Biagi. Ma anche noi del cinema dovremmo reagire. La responsabilità individuale è il nostro primo compito perché solo così possiamo essere chiamati cittadini, altrimenti saremmo degli eunuchi".
Ricevere il premio, in sala grande del Palazzo del cinema, da Adriano Celentano vuol dire riceverlo "da un amico e confidente da 50 anni. Il nostro ideale è di essere ancora apprendisti, non del mestiere, che un po' conosciamo ,quanto della vita. La scoperta del mondo nella sua magnificenza silenziosa ci fa sentire sempre comunque apprendisti anche della cosa più scontata. E la sorpresa è parte della felicita".
La sua concezione della vita, per il regista di Centochiodi, é profondamente religiosa: "sono vittima di Cristo. Cosa c'é di più alto di avere qualcuno da attendere. Non è nel ritorno la sua resurrezione ma in coloro che lo attendono. La vita è attesa, bisogna prepararci al ritorno".
La consegna del Leone d'oro è stata occasione per ricordare la stagione del cinema di molti anni fa, una quarantina, "quella in cui con Pasolini, De Seta, Parisi e altri raccontavamo la patria, non quella della retorica nazionalista, ma intesa come terra dei padri. Pasolini, osteggiato soprattutto da coloro che lo avevano osannato prima, aprì le strade agli umili e agli emarginati, uscendo dal pantano di una cultura stagnante". E il cinema di oggi è di nuovo capace di raccontare la realtà: "il film di Sorrentino, come quelli di Fellini, sono onesti, visionari, grandi lenti d'ingrandimento che distorcono i contorni ma rivelano la verità. I film italiani che oggi hanno successo penso - aggiunge Olmi - che debbano riconoscenza a quei film italiani meno fortunati che non sono riusciti a raggiungere il pubblico".
05-01-2009












