Cultura

Centro storico a Tel Aviv. McCartney mette gli israeliani d'accordo

26-09-2008

TEL AVIV. Con quasi due generazioni di ritardo, Israele si è riconciliato con un mito, i Beatles, di cui 43 anni fa non aveva forse saputo cogliere la portata: ha stretto in un caloroso abbraccio Paul McCartney, che nel parco Yarkon, il più grande di Tel Aviv, ha tenuto ieri notte un concerto che resterà negli annali dello Stato ebraico, che al tempo di David Ben Gurion aveva impedito un concerto dei quattro ragazzi di Liverpool, temendo che le loro canzoni potessero avere un effetto destabilizzante e traviare i giovani. Benny Dudkevitch, un giornalista di Kol Israel, l'emittente radiofonica pubblica, specialista di musica rock e in particolare dei Beatles, non ha risparmiato un aggettivo particolarmente impegnativo per questo paese, definendo il concerto "storico".
'Qui in Israele ci sono già stati grandissimi artisti, Elton John, Madonna, Eric Clapton e tante altre star, ma McCartney è diverso, una leggenda vivente". Per rompere il ghiaccio, all'inizio del concerto, McCartney - sempre impugnando la sua fedele chitarra-basso Hofner - ha salutato il pubblico con uno Shalom', seguito da una frase in ebraico.
In realtà incomprensibile, non tanto per l'accento esotico di chi l'ha pronunciata, quanto per il boato levatosi dal pubblico, che ha sopraffatto anche le centinaia di migliaia di watt dell'amplificazione. Lui, sia ieri sera sul palco sia l'altro ieri nei giri che ha trovato il tempo di fare fuori Tel Aviv, non si è dato arie da mito vivente. Per il poco che la sicurezza gli ha consentito, ha scherzato e ironizzato sulla nota leggenda metropolitana che lo vorrebbe un sosia del bassista dei Beatles, morto in un incidente nel 1966 e prontamente sostituito per non compromettere le fortune della band, allora in vertiginosa ascesa.
'Un giornale qui ha ricordato quella storia - ha detto in un'intervista - ma vorrei rassicurarvi, sono proprio Paul McCartney in carne e ossa". Il ragazzo Paul', come ha detto qualcuno notandone l'aspetto giovanile nonostante i 66 anni, con semplicità disarmante ha saputo rispondere agli integralisti arabi (compresi alcuni gruppi palestinesi) che lo avevano accusato di fare propaganda per Israele, diffidandolo dal venire. 'Io non canto per i governi, canto per la gente e la mia grande speranza è che ebrei e arabi possano vivere nella concordia e nell'amore".
Mercoledì, per sottolineare lo spirito conciliatore della tournee, l'ex Beatle è andato anche a Betlemme, nei Territori dell'Anp, rilanciando il suo messaggio di pace dalla chiesa della Natività e mandando in visibilio anche migliaia di fan palestinesi.
Nonostante ciò, i servizi di sicurezza israeliani - come sempre in queste occasioni - non hanno voluto correre rischi, predisponendo un apparato di sicurezza che non sarebbe stato meno imponente se al posto di Sir Paul ci fosse stata la Regina in persona. Il primo brano da lui scelto è stato, significativamente, Hello Goodbyé, uno degli evergreen dei Beatles. Poi ha continuato alternando canzoni sue ad altre del tempo della nostalgia, una nostalgia che Israele non aveva avuto occasione di provare, se non attraverso i dischi del celebre quartetto. Forse un concerto non basta a far scoppiare la pace tra israeliani e palestinesi, anche se sul palco c'é un Paul McCartney che canta Give Peace a Chancé. L'ex Beatle però un mezzo miracolo è riuscito a farlo, in un paese famoso per essere conflittuale anche al proprio interno: ha creato l'unanimità tra gli israeliani, che da ora in poi sarà lecito salutare con un caloroso Hey Jews'.