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Turisti rapiti. Ancora tante incertezze sulla loro sorte. Ancora tante incertezze sulla loro sorte

27-09-2008

IL CAIRO. L'ottavo giorno dal rapimento di undici turisti europei (cinque dei quali italiani) e otto loro accompagnatori egiziani nel deserto del Sahara è trascorso senza ulteriori comunicazioni su dove si trovino, dopo che giovedì un portavoce del governo sudanese aveva detto che i sequestratori con i loro ostaggi avevano lasciato il territorio del Sudan per entrare in quello libico.
Una parziale conferma di questa notizia arriva, seppure indirettamente, dalle parole del ministro degli Esteri Franco Frattini, che a New York ha dichiarato di avere costanti "contatti con le autorità libiche", ma preferisce mantenere "riservatezza" sulla questione dei cinque italiani rapiti. Il silenzio assoluto delle autorità libiche sulla vicenda autorizza però anche dubbi sul fatto che rapiti e sequestratori possano ancora essere in Sudan, adombrati da osservatori a Khartoum e secondo i quali l'annuncio ufficiale sudanese del loro dirottamento in Libia possa essere stato solo un diversivo per sviare l'attenzione della stampa.
Nonostante i silenzi ufficiali è certo che le autorità di vari Paesi dell'area, specie del Sudan, continuano a monitorare gli spostamenti del gruppo, ufficialmente non più in contatto via telefono satellitare con l'operatrice turistica tedesca Kristen Butterweck-AbdelRahim, raggiunta regolarmente nei giorni scorsi dal marito, Ibrahim AbdelRahim capo della spedizione sequestrata.
D'altro canto è anche consistente l'idea che la possibile mediazione del leader libico, Muammar Gheddafi, o di suo figlio, Seif al Islam, presidente della Fondazione Gheddafi, che ha più volte avuto successo nel trattare il rilascio di ostaggi in altri casi analoghi, abbia indotto i sequestratori a dirigersi verso il territorio libico. Si spiega probabilmente così il fatto che il ministro Frattini, dopo aver fatto riferimento ai propri contatti con i libici abbia aggiunto che "i rapporti amichevoli con alcuni Paesi sono certamente utili". L'idea che almeno qualcuno dei sequestratori possa appartenere a movimenti dei ribelli del Darfur non viene completamente esclusa, dopo le ammissioni di Khartoum. Anche perché in Internet sono apparsi racconti di almeno due episodi di sequestri di turisti ‘estremì proprio nella zona del Gebel Uwainat (La Montagna delle Piccole Sorgenti) - la stessa degli undici di questi giorni - da parte di miliziani sudanesi dell'Esercito di Liberazione del Sudan (Sla), provenienti dal Darfur.
Gli episodi risalgono al 26 gennaio ed al 18 febbraio di quest'anno e sarebbero stati spiegati con l'accusa di sconfinamento in territorio sudanese. Nei due sequestri, durati uno poche ore ed un altro alcuni giorni, i comportamenti sono stati diversi: in un caso i ‘soldatì, arrivati a bordo di "tecnichèe" (pickup con a bordo pesanti mitragliatrici) hanno derubato i turisti di tutti i loro averi.
Nel secondo rapimento, quando un capo dei soldati rapitori si è accorto che ai turisti erano stati portati via soldi e oggetti personali, ha addirittura raccolto il danaro tra i suoi collaboratori per restituirlo ai turisti. Un'altra "storia del deserto" di turisti italiani risoltasi positivamente risale al 1995, quando nove "argonauti" milanesi furono sequestrati da eritrei del clan degli Afar nel deserto della Dancalia, poco lontano dalla costa eritrea sul mar Rosso.
In quel caso ci furono lunghe trattative con il governo italiano (dal 24 marzo al 6 aprile) che si risolsero non solo con versamenti di danaro - mai ammessi ufficialmente - per progetti di cooperazione per lo sviluppo di quelle aree depresse. I sequestratori chiesero anche che i mediatori premessero sul governo etiopico per un riconoscimento politico della loro presenza.