La politica

Giustizia / Decisivo il voto di Andreotti che salva la maggioranza al Senato

di Marco dell'Olmo

11-07-2007

Il "patatrac" in aula sul disegno di legge contro il quale i magistrati dell'Anm hanno deciso di scioperare è stato evitato solo grazie al provvidenziale voto di Giulio Andreotti, che ha salvato la maggioranza.

ROMA. Prima il pericolo di una clamorosa bocciatura, poi l'intesa trovata in extremis. Questa volta la maggioranza, al Senato, ha davvero rischiato grosso sulla riforma dell'ordinamento giudiziario. Il "patatrac" in aula sul disegno di legge contro il quale i magistrati dell'Anm hanno deciso di scioperare è stato evitato solo grazie al provvidenziale voto di Giulio Andreotti, che ha salvato la maggioranza. E' accaduto quando si votava l'articolo uno del disegno di legge. I seggi dell'Unione non erano tutti occupati, e tra gli assenti spiccava il capogruppo dell'Italia dei Valori Nello Formisano: mentre la maggioranza rischiava il peggio, il senatore dipietrista stava intrattenendo i giornalisti in una conferenza stampa dedicata al problema dei senza tetto. Al momento del voto i sì sono stati 152, i no 151: un solo voto di scarto, determinante quello di Giulio Andreotti, l'unico senatore a vita presente in aula in quel momento. Inevitabile la bagarre: il capogruppo leghista Roberto Castelli, padre della legge che il ddl Mastella vuole cancellare, accusava il Senato di essere "una Camera illegittima". Ma il voto-brivido è stato solo l'antipasto. Subito dopo è scoppiata la grana del problema dei passaggi di funzione giudici-pm. Il ddl prevedeva l'obbligo di cambiare regione per i magistrati che vogliono passare dalla magistratura requirente a quella giudicante (e viceversa). I dipietristi minacciavano di votare contro il provvedimento se fosse stata confermata la norma. Per evitare la rottura, il diessino Massimo Brutti e l'Udeur (il partito del ministro Mastella) avevano presentato un emendamento che prevedeva una scappatoia: si poteva restare nella stessa città se oltre che le funzioni si cambiava anche settore: da civile a penale e viceversa. Ma a quel punto l'emendamento scontentava quei senatori della maggioranza (come l'ulivista Roberto Manzione) contrari a fare troppe concessioni ai magistrati. Di fronte al rischio di una bocciatura in aula, il ministro Mastella ha chiesto alla maggioranza di "schiarirsi le idee". La quadratura del cerchio è stata trovata in un vertice dell'Unione che ha ratificato l'accordo tra tutte le componenti: per cambiare funzioni e settore si resterà nella stessa regione ma bisognerà cambiare provincia. Tutti d'accordo, e quindi non ci sarà bisogno per il governo di ricorrere al voto di fiducia. La mediazione, racconta chi ha partecipato alla riunione, è stata raggiunta su impulso della capogruppo ulivista Anna Finocchiaro, che ha dovuto sbattere i pugni sul tavolo (e non solo metaforicamente) per convincere tutti della necessità di presentarsi uniti alla prova dell'aula. Il nuovo emendamento Brutti è stato fatto proprio dal ministro della Giustizia e sarà votato nella seduta di domani. Se tutto andrà bene, l'Unione potrà portare a casa il disegno di legge entro la fine della settimana. Per riuscirci, la maggioranza ha a disposizione un'altra arma: il contingentamento dei tempi di discussione in aula, che la conferenza dei capigruppo ha già sostanzialmente deciso e che oggi verrà messa in atto. Scelta pressoché obbligata: il disegno di legge deve essere assolutamente approvato prima dal Senato e poi dalla Camera entro il 31 luglio, altrimenti entreranno in vigore le norme della riforma Castelli.

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