Analisi e commenti

Sforbiciate e referendum. La politica, gli italiani e la raccolta delle firme

di Neri Paoloni

15-07-2007

Se, putacaso, fosse possibile indire un referendum per l'abrogazione di una delle due Camere, diciamo il Senato, sicuramente gli italiani si metterebbero in fila davanti ai banchetti per la raccolta delle firme e la fatidica quota cinquecentomila sarebbe raggiunta non in settimane ma in giorni. Perché nessuno, nemmeno i più esperti costituzionalisti, riesce a spiegare ai cittadini di questo Paese per quale ragione sussista ancora la necessità di una doppia lettura delle leggi da parte di due assemblee identiche nelle funzioni, doppioni legislativi esistenti solo in Italia.

La cui funzione ha l'unico risultato pratico di prolungare alle calende greche la discussione di provvedimenti che dovrebbero entrare in vigore dall'oggi al domani per essere efficaci e, in compenso, di darci il Parlamento più pletorico (e costoso) del mondo in rapporto alla popolazione.

Ma siccome un refrendum del genere non si potrà mai fare, accontentiamoci per ora dell'altro referendum, quello che dovrebbe in qualche modo cancellare le magagne del cosidetto "porcellum", il sistema elettorale in atto che ha portato alla proliferazione esponenziale di gruppetti e gruppuscoli parlamentari, riducendo a parodia il bipartitismo.

"Inventato" dal passato governo per vincere un'elezione data per persa, si è rivelato un boomerang. Ma chi ha vinto si regge, al Senato, più o meno per un voto e basta che qualcuno dei senatori abbia urgenti necessità fisiologiche perché né la maggioranza né l'opposizione siano garantite. Accontentiamoci dunque del referendum e auguriamoci che le 500 mila firme siano raggiunte e sorpassate, mettendoci al riparo da ogni sorpresa.

Ma non è che con questo possiamo stare tranquilli che il "porcellum" venga cancellato. Perché c'è sempre il rischio che, spinti dalla necessità di contrastare la iattura che il meccanismo abrogativo scatti, maggioranza e opposizione trovino in extremis un accordo come si dice "bipartisan" e ci scodellino un'altra legge elettorale che salvi capra e cavoli, partitoni e partitini, maggioranze traballanti e governi che faticano a governare, minoranze che abbaiano alla luna, perché immobilizzate dalle loro stesse divisioni interne e compagnia cantando.

Intanto, nell'attesa di sapere, la prossima settimana, se quota 500.000 sarà raggiunta, accontentiamoci (ancora) dell'atto di assoluto coraggio del governo Prodi. Che in Consiglio dei ministri, sull'onda di un montante fastidio nazionale per gli spropositati costi della "casta" politica, è riuscito con fatica a varare un pacchetto di tagli pari a circa 1.3 miliardi di Euro. Se non fosse per il fatto che questa sforbiciata è un disegno di legge e, come tutti ormai sanno, per andare in porto dovrà passare al vaglio delle due suddette Camere. Che fra poco andranno in ferie, poi in autunno verrà la sessione di bilancio, poi Natale e insomma se andrà bene se ne parlerà l'anno prossimo. Comunque sia, chi ben comincia è alla metà dell'opera, come si dice.

Accontentiamoci dunque anche delle annunciate "sforbiciatine volonterose", come intitolava ieri il Corriere della Sera un articolo a firma di Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, quei due rompiscatole di giornalisti autori de "La Casta", il libro che ha messo in piazza gli altarini della politica italiana.

Sperando che non finisca tutto come la storia degli introvabili taxi di Roma, che neppure Veltroni, il pronosticato leader del nascituro Partito democratico, è riuscito a risolvere.

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