Dagli USA

Hilary Clinton

Il Pentagono contro Hillary

di Marco Bardazzi

21-07-2007

WASHINGTON. Un giorno non troppo lontano potrebbero trovarsi costretti a obbedirle come 'comandante in capo', ma per il momento i vertici del Pentagono hanno deciso di mettere Hillary Clinton nella lista dei nemici.

Una reazione irritata della Difesa Usa contro le ipotesi di ritiro dall'Iraq ventilate dall'aspirante presidente, ha offerto un ulteriore segnale della tensione che Washington vive su una guerra che i militari promettono ancora lunga. L'ex First Lady è reduce, con i colleghi democratici in Senato, da un'ennesima sconfitta nel tentativo di imporre per legge al presidente George W. Bush una data di scadenza per l'impegno militare in Iraq.

La Clinton ha però chiesto al Pentagono di rendere noto se abbia un piano per il ritiro o se quantomeno ci stia lavorando. Eric Edelman, sottosegretario alla Difesa, ha risposto stizzito che i militari non svelano in anticipo i loro piani, per non dare vantaggi al nemico. "Discussioni pubbliche e premature sul ritiro delle forze Usa - ha scritto Edelman alla senatrice di New York - rafforzano la propaganda nemica secondo la quale gli Stati Uniti abbandoneranno i loro alleati in Iraq, così come viene percepito che abbiamo fatto in Vietnam, Libano e Somalia".

La replica della Clinton non si è fatta attendere, respingendo al mittente quella che ha definito una risposta "inaccettabile, scandalosa e pericolosa" del Pentagono. L'episodio è indicativo del clima nella capitale americana ed è andato ad aggiungersi a un intervento dello stesso Bush, che dal Giardino delle Rose della Casa Bianca, circondato da veterani di guerra, ha sostanzialmente accusato i democratici di comportamenti anti-patriottici. Invece di approvare gli stanziamenti necessari per i militari al fronte, ha detto Bush, "i leader dei democratici hanno scelto di dar vita a un dibattito politico su un precipitoso ritiro delle nostre truppe dall'Iraq".

Per il presidente, è l'ora "di superare le divisioni di parte, appoggiare le nostre forze armate e dar loro tutto ciò di cui hanno bisogno per il successo". Altrimenti si va incontro, ha ammonito Bush, a un fallimento che avrebbe "conseguenze enormi" per l'America e per il mondo.

Dopo aver respinto l'ultimo tentativo del Congresso per uno stop alla guerra, la Casa Bianca e il Pentagono mandano ora segnali che testimoniano la volontà di impegnarsi ancora a lungo, forse per anni, sullo scenario iracheno. Deputati e senatori attendono con ansia che arrivi settembre, per ricevere dal comandante sul campo, il generale David Petraeus, un rapporto sull'andamento della nuova strategia.

Ma il vice di Petraeus, il generale Ray Odierno, ha gelato molte aspettative giovedì affermando che una valutazione attendibile non sarà con ogni probabilità disponibile fino a novembre. Odierno il giorno dopo ha parzialmente rettificato il tiro, ma altri generali hanno provveduto a spostare lontano nel tempo un possibile epilogo dell'impegno militare americano.

Il generale W. E. Gaskin da Baghdad ha fatto sapere che ci vorranno due anni prima che gli iracheni possano assumersi i compiti di gestire la sicurezza nel Paese, mentre il suo collega Richard Lynch, che guida la Terza divisione di fanteria, ha detto di aver bisogno di tempo "fino all'estate del 2008" per garantire la sicurezza nella capitale. Alla Casa Bianca, il portavoce Tony Snow ha assicurato che l'obiettivo di offrire una valutazione della situazione irachene entro settembre non è cambiato, ma ha respinto le valutazioni secondo le quali la nuova strategia non sta funzionando. Snow ha elencato una serie di successi, tra cui la recente cattura del presunto leader di al Qaeda in Iraq, e ha sottolineato che l'operazione 'Phantom Thunder', per garantire la sicurezza a Baghdad, ha preso il via solo il 15 giugno scorso, quando è stato completato l'invio di circa 30.000 militari di rinforzo nel Golfo, ed è quindi prematuro giudicarne gli esiti.

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