Dal Mondo

Un'immagine dal Darfur

Darfur. Khartoum ritira la disponibilita' all'intervento. No alle forze ONU

23-07-2007

NAIROBI. Nuovo 'no' del governo sudanese all'arrivo in Darfur di una forza ibrida di peacekeeper formata da Unione Africana (Ua), ed Onu: 20.000 uomini, meno di 1.000 dei quali caschi blu, che comunque avrebbero dovuto operare solo da supporto logistico. Non è la prima volta che Khartoum, dopo aver espresso disponibilità a questo tipo di intervento, la ritira. Ancora una dozzina di giorni fa, aveva accettato (per l'ennesima volta) l'ipotesi nel corso di una missione della Commissione Esteri del Parlamento italiano, guidata dal presidente Umberto Ranieri. Il 'no', reso noto dalla televisione di stato, è 'globale'. Non solo verso l'Onu - una presenza che peraltro sarebbe stata più formale che sostanziale - ma anche all'aumento del contingente Ua, che per il governo islamico di Khartoum sarebbe portatore di cattivi costumi e - soprattutto per quanto riguarda alcuni contingenti, citato quello ruandese - avrebbe portato nel Paese l'Aids.

Da un paio d'anni in Darfur sono presenti circa 7.000 soldati della forza di pace panafricana, che sul campo non hanno inciso in alcun modo nella tragedia della grande regione occidentale del Sudan. Dove, da quando un'insurrezione popolare contro le angherie del governo centrale è esplosa nel febbraio del 2003, si sono contati - tra orrori senza fine - almeno 200.000 morti, ed oltre due milioni di profughi. Scatenate, in particolare, le famigerate bande dei 'janjaweed', alla lettera diavoli a cavallo, popolazioni nomadi di etnia bianca ed araba, che compiono violenze di ogni tipo (stupri di massa, omicidi, villaggi rasi al suolo, abigeato e via dicendo) contro la popolazione locale, nera. Sono la manovalanza per i lavori più sporchi del governo centrale, che comunque continua ad attaccare e bombardare - stando alle denunce dell'Onu - le popolazioni civili indigene, ed a creare difficoltà all'arrivo degli aiuti umanitari.

L'Onu aveva progettato l'invio di una forza di pace di 20.000 uomini, ma il 'no' di Russia e Cina ha sempre bloccato una risoluzione in tal senso, così come il varo di sanzioni efficaci contro il governo di Khartoum. Non solo un problema di equilibri geopolitici nell'area; ma - soprattutto - di interessi petroliferi. Il Sudan è ricchissimo di petrolio, per ora sfruttato solo in maniera minima a causa della lunghissima, e di fatto politicamente non del tutto risolta, guerra civile tra Nord e Sud. Cina e Russia sono i maggiori contraenti per lo sfruttamento di tali giacimenti, e Khartoum - anche se non ha da sola tutti i titoli per firmare contratti - chiede loro in cambio totale appoggio. Il problema dei diritti umani, in tal senso, purtroppo si stempera, ed in Darfur si continua a morire come mosche. "Genocidio", dissero alcune cancellerie tra cui Washington; la peggiore tragedia umanitaria dopo quella del Ruanda dove quasi 12 anni fa furono massacrati circa 800.000 tutsi, per l'Onu. Che continua, dopo aver creato, inoltre, un effetto domino regionale che ha sconvolto - e continua a farlo - gli equilibri dei confinanti Ciad e Repubblica Centro Africana, i cui governi sono stati salvati dalla presenza militare francese, di cui sono di fatto protettorati.

Una settimana fa c'é stata in Libia, sotto gli auspici del colonnello Gheddafi una riunione negoziale sul Darfur: molta buona volontà, ma nessun risultato. Un'altra è prevista in agosto in Tanzania, ma ancora su basi sostanzialmente volontaristiche, difficile possa portare a risultati utili. Intanto l'Onu appare sempre più impotente; l'Ue cerca uno spazio, ma è difficile trovarlo; i gruppi ribelli si scompongono e si ricompongono; mentre la popolazione indigena continua a morire senza che - a quattro anni e mezzo dall'inizio della tragedia - si riesca a fare nulla di concreto.

Il palinsesto di oggi