La politica

Il Ministro degli Esteri, Massimo D'Alema

Il febbraio "nero" non si ripete. Politica estera, D'Alema passa l'esame del Senato

25-07-2007

ROMA. Stavolta ‘il trappolone' non scatta, la maggioranza tiene al Senato sulla politica estera e ricaccia in soffitta i fantasmi dello scorso febbraio, quando proprio a Palazzo Madama, sempre sulla politica estera, si consumò uno psicodramma che portò il governo alle dimissioni.

Rispetto ad allora, stavolta il copione è diverso: con 159 voti favorevoli (156 senatori eletti, più tre dei senatori a vita Emilio Colombo, Rita Levi Montalcini e Giulio Andreotti) contro i 153 dell'opposizione, l'Unione scansa l'ennesimo scoglio al Senato e veleggia - anche se non proprio con il vento in poppa - verso la pausa estiva.

Con uno slalom tra le 13 risoluzioni presentate, tra polemiche, contestazioni e grida che condiscono le oltre sei ore tra intervento di D'Alema, dibattito e votazioni, il governo incassa quindi una vittoria ‘politica', pur non raggiungendo il quorum invocato dall'opposizione dei 158 voti di soli senatori eletti. Escludendo "la cavalleria pesante" dei senatori a vita infatti - come l'aveva definita Schifani in mattinata -, il vantaggio dell'Unione rimane comunque di tre voti, malgrado le defezioni dell'ex comunista italiano Fernando Rossi e del trotzkista Franco Turigliatto, che anzi da Parigi invita i pacifisti a votare contro le direttrici esposte da D'Alema in Aula.

La relazione del responsabile della Farnesina - chiamato a rendere conto al Parlamento sulle missioni estere una volta ogni sei mesi per un emendamento voluto proprio dalla sinistra radicale lo scorso marzo - dura più di un'ora, e abbraccia puntigliosa non solo gli scenari che vedono impegnati i militari italiani come il Libano e l'Afghanistan, ma anche gli ultimi sviluppi in Medio Oriente e le prospettive di una ripresa del processo di integrazione europea dopo il compromesso raggiunto a Bruxelles a giugno.

D'Alema fa appello a quel "largo consenso" necessario per portare avanti una politica estera coerente con gli impegni assunti dal'Italia, ma non rinuncia a fissare paletti dopo le polemiche alimentate nei giorni scorsi dalla Cdl su Hamas: "Non ho mai proposto che la comunità internazionale apra negoziati diretti con Hamas", scandisce il capo della diplomazia italiana, ma "bisogna evitare l'isolamento di Gaza e un suo collasso umanitario", lavorando nel contempo ad una ricomposizione tra i palestinesi. È la posizione del Parlamento europeo contenuta nella lettera dei dieci ministri degli Esteri dell'area mediterranea, osserva D'Alema, che in Italia viene strumentalizzata solo per ragioni di "polemica interna".

Il rilancio della conferenza di pace in Afghanistan come "obiettivo strategico" dell'Italia, che pure sa di dover restare nell'ex regno dei Taleban per un periodo "non breve" è l'altro passaggio qualificante del discorso di D'Alema, prima che la parola passi all'Aula. L'Unione plaude, la Cdl critica, le mozioni - dietro la regia del temutissimo Calderoli, artefice dello scivolone di febbraio - lievitano fino a raggiungere quota 13.

Marini dichiara inammissibili quelle riguardanti la Base Usa di Vicenza, il dissidente Rossi ritira la sua che anche ad Ederle si riferiva, dai banchi dell'opposizione arrivano accuse di stravolgere il gioco democratico. La confusione cresce, Calderoli non fa altro che prendere la parola per contestare, la Cdl si appiglia ad un voto che boccerebbe la politica estera del governo sull'Afghanistan, ma alla fine della giostra la risoluzione dell'Unione - quella appunto dove si contavano i voti - passa con un margine non solo numerico ma ‘politicò: "Il Senato, udite le comunicazioni del governo, le approva". Si può tornare a casa, e stavolta con uno spirito ben diverso da quello di febbraio.

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