Dal Mondo

Abu Mazen

Clima di sfiducia per il nuovo incontro tra Omert e Abu Mazen

di Carlo Bollino

28-08-2007

 

TEL AVIV.  Riprendono oggi, tra difficoltà crescenti, i colloqui che israeliani e palestinesi stanno conducendo in vista della conferenza internazionale di pace attesa per novembre. Il premier Ehud Olmert e il presidente Abu Mazen (Mahmud Abbas) si rivedranno per il loro quarto incontro dopo che Hamas ha preso il controllo della striscia di Gaza, questa volta presso la residenza israeliana di Gerusalemme. Ma a differenza dei precedenti colloqui avvenuti in un clima di generale euforia, quello di oggi sembra già condizionato dalla sfiducia e dal pessimismo.

"Il solo punto nell'agenda è quando finirà l'occupazione israeliana" ha riassunto con nervosa schiettezza il capo dei negoziatori palestinesi, Saeb Erekat, che fino all'ultimo si è persino rifiutato di confermare l'appuntamento. Erekat già da alcune settimane manifesta impazienza e disappunto per come stanno procedendo i negoziati.

"Gli impegni presi sono pochi, ma che almeno vengano rispettati" ha commentato, dopo aver constatato l'ennesimo rinvio nella consegna del piano di riduzione dei posti di blocco israeliani in Cisgiordania, che pure il premier Olmert sembrava aver promesso ad Abu Mazen durante l'incontro di Gerico dello scorso 6 agosto.

Anche Abu Mazen torna al tavolo del premier con addosso l'amarezza dello smacco: forte delle promesse ottenute in quello stesso vertice di Gerico, ed eccitato dall'ottimismo di quelle ore, il presidente aveva annunciato che "presto molti dei problemi quotidiani che affliggono il popolo palestinese troveranno una soluzione, e la nostra vita migliorerà".

 L'escalation delle incursioni israeliane a Gaza e in Cisgiordania iniziata subito dopo, lo ha però clamorosamente smentito, al punto da spingerlo addirittura a mettere pubblicamente in dubbio "la reale volontà degli israeliani di raggiungere la pace". Se in un negoziato il primo risultato da ottenere fra le parti è la fiducia, questo è esattamente l'ingrediente che come al solito ricomincia a mancare. Persino il clima di euforia che ha accompagnato l'avvio dei colloqui fra Olmert e Abu Mazen, insieme alla reciproca promessa di costruire ‘nel più breve tempo possibile due Stati per due popoli', rischia ora di rivelarsi un intralcio.

L'eccessivo entusiasmo ha infatti prodotto una miriade di piani di pace che hanno avuto il micidiale effetto di dimostrare quanto le condizioni per una pace vera, siano in realtà ancora lontanissime dal realizzarsi.

Sul tavolo virtuale del negoziato esistono, freschi di stampa, un "piano Peres", un "piano Ramon", almeno due versioni di uno stesso "piano negoziato in segreto", e un "piano palestinese".

A questi si aggiungano i progetti di pace classici (e perciò ritenuti ineludibili) come "l'iniziativa di pace araba" di fonte saudita, e la cosiddetta "road map" presentata dal Quartetto. Finiti sulla stampa prima ancora che nei dossier dei negoziatori, molti dei nuovi "piani" sono già stati bocciati dalle due parti senza che neppure venissero discussi, ma alimentando ugualmente sospetti e diffidenze. Come l'ultima versione di un "un piano segreto" israeliano, che offrirebbe ai palestinesi l'apertura di un corridoio sicuro per unire la striscia di Gaza alla Cisgiordania. Condizione fondamentale per la creazione di uno Stato palestinese, ma che il piano curiosamente subordina al momento in cui "Gaza non sarà più nelle mani di Hamas".

Il che vuol dire rinviarne a tempo indeterminato qualunque attuazione, e mancare così clamorosamente anche la fatidica opportunità di novembre, quando nella conferenza internazionale di pace promossa dagli Stati Uniti, tutti sperano di poter deliberare un accordo pressoché raggiunto, e non dissertare sull'ennesimo libro dei sogni.

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