Economia

Salari. L'appello di Draghi. Gli italiani guadagnano troppo poco

di Alessandra Chini

26-10-2007

ROMA. Gli italiani guadagnano meno dei loro colleghi europei. Le cause sono diverse ma in ogni caso, a parità di condizioni, i salari nel nostro paese sono inferiori del 10% rispetto alla Germania, del 20% in confronto al Regno Unito, il 25% in meno della Francia.
A sostenerlo è il governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, che nel corso di una lezione all'Università di Torino lancia l'allarme e invita la politica ad "aumentare redditi e consumi" per far ripartire la crescita.
La ricetta del numero uno di Bankitalia individua ancora una volta la necessità di riformare la spesa pubblica, di innalzare l'età di pensionamento, ma soprattutto, dice, la necessaria flessibilità del mercato del lavoro non deve essere scaricata soltanto sui giovani, come di fatto accade ora, limitando prospettive di spesa e di programmazione di una vita ‘adulta', ragione vera per cui in Italia si lascia la casa dei genitori in età avanzata e si fanno pochi figli, soprattutto nelle grandi città, insomma si continua a fare i ‘bamboccioni', come li ha apostrofati il ministro dell'Economia, Tommaso Padoa-Schioppa.
I responsabili delle scelte economiche hanno l'obbligo di intervenire e hanno un ventaglio di possibilità per farlo, mette in evidenza Draghi, ma il perno su cui deve ruotare tutto il meccanismo di riforma non può tralasciare quella che appare, soprattutto in prospettiva, come una vera emergenza: i giovani.
L'appello del numero uno di Palazzo Koch è perciò chiaro: "la politica economica avrà successo se aiuterà i giovani a scoprire nella flessibilità la creatività, nell'incertezza l'imprenditorialità", proprio perché "nel confronto europeo l'Italia è il paese con la quota più alta di giovani che convivono con i genitori e con la quota più bassa di nuclei familiari con capofamiglia al di sotto dei 30 anni".
"Negli ultimi dieci anni - rileva il responsabile di Via Nazionale - la quota di giovani tra i 25 e i 35 anni che vive ancora nella famiglia d'origine è cresciuta di circa cinque punti percentuali; al 45%; la quota è più elevata per i maschi che per le femmine. I tassi di fecondità sono tra i più bassi in Europa".
Il governatore passa quindi in esame l'andamento demografico del paese per mettere in evidenza come "nel 1996 il numero di persone con oltre 65 anni sopravanzava quello degli individui con meno di 15 anni di circa il 15 per cento; nel 2006 lo superava del 40 per cento: circa tre anziani ogni due adolescenti. Si è ridotto il numero dei figli".
Molte ne sono le ragioni, riconosce Draghi, "ma vi ha influito la percezione crescente che le condizioni reddituali e l'organizzazione della vita familiare, siano di ostacolo alla procreazione. Queste sono tendenze comuni a tutte le economie avanzate, ma particolarmente pronunciate in Italia".
Strettamente legato al tema dell'invecchiamento della popolazione resta quello della spesa e del reddito e quindi dei salari. Nel mercato del lavoro "l'Italia - precisa infatti Draghi - mostra, come la Francia, un profilo ascendente per età, mentre in Germania e Regno Unito il profilo è a U rovesciata", ovvero, spiega il governatore, "le retribuzioni raggiungono un apice in corrispondenza delle età più produttive, calano negli anni successivi".
Le differenze salariali degli italiani rispetto agli altri paesi "sono appena più contenute per i giovani, si ampliano per le classi centrali di età e tendono ad annullarsi per i lavoratori più anziani. Il differenziale è minore nelle occupazioni manuali e meno qualificate". Questi dati, conclude, "rappresentano valori medi e risentono delle diverse caratteristiche individuali dei lavoratori e delle loro occupazioni; parte delle differenze è per esempio spiegabile con il più basso livello di istruzione della manodopera italiana".
Un problema in più, perché oltre alle cose già note, Draghi fa un ultima raccomandazione: serve una riforma della scuola, soprattutto superiore, "coraggiosa", che deve sollecitare i giovani in procinto di affacciarsi sul mercato del lavoro a investire seriamente in capitale umano, l'istruzione "deve rendere trasparente ai datori di lavoro il riconoscimento del talento".

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