Analisi e commenti

Se non si scioglie il caso Iran le strategie. Usa rischiano di fallire Tutto passa per Teheran

di Marta Teitelbaum

30-06-2009

Tra preoccupazione, paura e speranza, l'Iraq festeggia la conclusione della prima fase del ritiro delle forze statunitensi, che da oggi non si troveranno più al'interno delle principali città e villaggi del Paese, ma saranno tutte dispiegate in basi militari fuori dai centri abitati. A loro saranno affidati compiti di addestramento e di affiancamento alle truppe irachene e non potranno intervenire senza l'assenso del comando locale.
La tappa finale del disimpegno di Washington in Iraq è prevista per il 2011 con la partenza di tutte le truppe. Le autorità di Bagdad insistono sulla capacità dei 750 mila membri delle forze di sicurezza di fronteggiare una situazione ancora instabile e fragile che, dopo un periodo di relativa calma, rischia di degenerare in nuove ondate di violenza, come forse lo lascia presagire la recrudescenza degli attentati nelle ultime settimane.
Il passaggio della responsabilità della sicurezza dal commando militare Usa a quello iracheno costituisce un banco di prova molto importante per ambedue le parti. Gli iracheni potranno valutare non solo la capacità della polizia e dell'esercito a fronteggiare gli attacchi terroristi, ma avranno la possibilità di misurare il livello di stabilità - o instabilità - politica del Paese e l'abilità dell'attuale governo a guidarlo. Dal canto suo, Washington avrà l'occasione di esaminare se i progressi realizzati negli ultimi anni sul piano della lotta contro l'insurrezione sono duraturi.
Negli ultimi due anni, gli Stati uniti sono riusciti a diminuire considerevolmente il numero e l'importanza degli attentati che è passato da 160 al giorno nel giugno 2007 a 10 -15 nel 2009. Questo successo, attribuibile alla politica del generale David Pertaeus, ha contribuito a dare una maggiore sicurezza alle popolazioni civili.
I primi passi verso il ritiro totale delle truppe americane e la completa sovranità dell'Iraq si svolgono dunque in una situazione relativamente più stabile e calma di quella sopraggiunta dopo l'invasione del 2003. Tuttavia, non è possibile dire che la guerra sia finita e che gli Stati uniti l'abbiano vinta. "Noi abbiamo inviato le nostre truppe per finire con il regime di Saddam Hussein e abbiamo conseguito il nostro scopo", ha dichiarato qualche mese fa Barack Obama.
Adesso tocca agli iracheni di lavorare per rappacificare il Paese. Le incognite e i pericoli sono enormi.
Le divisioni tra arabi e curdi, tra musulmani sunniti e sciiti costituiscono una minaccia costante all'unità dell'Iraq. Al Qaeda e i gruppi sunniti armati sono indeboliti, ma non è da escludere che possano riemergere sfruttando il passaggio del commando militare a mano degli iracheni.
Secondo molti analisti, oltre al pericolo di una destabilizzazione dovuta ai gruppi terroristi, la partenza delle truppe americane rischia di creare un vuoto di potere del quale potrebbe approfittare l'Iran. Perciò, il dialogo con Teheran è essenziale per Washington. Tuttavia, il proseguirsi della crisi iraniana non lascia per ora nessuna speranza di dialogo in questo momento. Anzi, le autorità iraniane continuano ad accusare gli Stati Uniti di "ingerenza" e di essere l'istigatrice di chi sta manifestando contro i risultati elettorali delle presidenziali.
Solo con il concludersi della crisi in Iran, americani ed europei potranno tentare di riprendere il dialogo con Teheran, ma non dovranno nemmeno sottovalutare l'importanza di altri Paesi vicini all'Iraq che potrebbero essere interessati a non lasciar cadere Bagdad sotto l'influenza del regime degli ayatollah iraniani.