La politica

18 novembre 2007. Berlusconi a Piazza San Babila

Stallo tra Fini e Berlusconi. Domani la "prova Predellino"

12-12-2009

MILANO. Due anni e 25 giorni fa, Silvio Berlusconi era arrivato quasi inaspettato all'incontro dei militanti azzurri a Piazza San Babila a Milano. I rapporti con Gianfranco Fini erano tesissimi, anche se Fi e An erano all'opposizione di Prodi. E Pier Ferdinando Casini puntava a smarcarsi da un'alleanza troppo stretta per i centristi. Quella domenica, 18 novembre 2007, sarebbe passata alla storia recente della politica come il giorno della 'Svolta del Predellino': salendo sul predellino della sua Mercedes per farsi vedere meglio, il Cavaliere arringò la piccola folla di simpatizzanti annunciando la decisione di sciogliere Forza Italia e fondare un nuovo partito.

Detto fatto. Uno choc per i Palazzi romani, un colpo di scena in puro stile berlusconiano, che ha portato il Cavaliere, dal faticoso tramonto del suo terzo governo (autunno 2005), all'alba di una nuova stagione con il trionfo elettorale dell'aprile 2008. Ecco perché - alla vigilia di una nuova manifestazione milanese con Berlusconi, stavolta a Piazza Duomo, in un'altra domenica di fine autunno, ma con la stessa tensione altissima con Fini e Casini - l'attesa è salita: ci sarà una 'Svolta del Predellino-2'?

Il Pdl, come spesso accade, si è diviso tra 'pompieri' e 'incendiari'. Ignazio La Russa ha gettato acqua sul fuoco, mentre un folto gruppo di 'falchi' (Mario Valducci, Giorgio Stracquadanio) ha indicato la strada di riforme immediate da fare a maggioranza, dal passaggio alla "Repubblica presidenziale" alla "separazione delle carriere dei giudici" e alla "nuova composizione di Csm e Consulta".

Di certo, dopo lo strappo di Bonn e lo stop alle accuse dei pentiti di mafia, il Cavaliere si sente forte. Sono gli altri (Fini e Casini in testa) semmai, ragiona, ad avere paura delle elezioni anticipate. E l'uscita del leader centrista che ha evocato un 'fronte democratico' contro di lui in caso di voto a marzo lo ha convinto ancora di più della sua tesi.

Chi ha parlato con il presidente del Consiglio pensa che oggi ripeterà gli stessi concetti espressi al congresso del Ppe, senza però fare lui alcuna mossa di esplicita rottura con gli interlocutori interni (Fini) o esterni (il Quirinale). Se il rapporto con il presidente della Camera è ormai logoro, nessuno dei due, infatti, vuole fare la mossa decisiva contro l'altro. E così, anche ieri, Fini - a Stoccolma a rappresentare la Camera all'incontro dei presidenti dei parlamenti europei - si è limitato a declinare commenti sulla situazione italiana: "All'estero è giusto astenersi da qualsiasi commento sulla politica interna", ha risposto ad una domanda sull'uscita di Casini, senza mostrare alcun entusiasmo per la 'chiamata in campo' che gli ha rivolto l'esponente centrista.

Ma sul Pdl si annunciano nuove bufere. Secca, ad esempio, la richiesta del 'finiano' Italo Bocchino, di un nuovo "chiarimento" con Berlusconi per "rinegoziare il patto fondativo" del partito. Anche perché senza Fini, se fosse "costretto a correre fuori dalla coalizione" in eventuali elezioni, Berlusconi "non avrebbe la maggioranza almeno al Senato" e quindi non potrebbe fare il premier. Segno che il presidente della Camera intende giocare tutta intera la partita nel Pdl, rivendicando il suo peso negli equilibri interni e nei nuovi organigrammi.

Affermazioni forti che, pur senza citarlo, traggono spunto da un sondaggio (Crespi-Ricerche) opposto a quello presentato venerdì da Berlusconi a Bruxelles, nel pranzo con gli eurodeputati: Fini da solo otterrebbe il 7,5% dei voti (e non il 2,8%), senza contare il circa 10% di un eventuale cartello Casini-Rutelli.

Gelida l'accoglienza nel Pdl. "Nessun patto da rinegoziare", dice ad esempio Alberto Balboni. Piuttosto, "rispettare il programma e fare le riforme".

Il palinsesto di oggi