Visti da New York

Marcello Dell'Utri

Il male, la mafia e le minchiate

di stefano vaccara

13-12-2009

Il Papa pochi giorni fa ha detto: “Ogni giorno, attraverso i giornali, la televisione, la radio, il male viene raccontato, ripetuto, amplificato”. Capita spesso che una notizia venga amplicata più del dovuto, ma non è più grave quando certe notizie invece di essere all’attenzione dell’opinione pubblica, vengono emarginate, sottaciute? Gli scandali sulla pedofilia all’interno della Chiesa, notizia che qui in America ebbe il giusto risalto, in Italia e in altri paesi europei troppo a lungo non ebbe l’attenzione che meritava. È poi lo stesso Benedetto XVI, che “condivide il senso di oltraggio, tradimento e vergogna sentito da tanti fedeli in Irlanda, e si unisce a loro in preghiera in questo difficile momento per la vita della Chiesa”. Quindi il male, quando si scorge, deve essere raccontato per essere perseguito. Correre il rischio di esagerare il male alla fine risulta meno grave che lasciarlo scivolare via, indisturbato, mentre continua a far soffrire, come è avvenuto nel caso di quei poveri bambini lasciati vittime di preti criminali. È nella natura del giornalismo avere più fiuto per il tanfo del male che per i profumi del bene. È l’istinto di un mestiere che diventa “servizio pubblico” a prescindere dalla proprietà del mezzo di informazione, quando ubbidisce a quel codice etico che è l’unico che ne preserva l’utilità civica. Nel suo messaggio, Benedetto XVI pensa che questo giornalismo amplificato abitui “alle cose più orribili, facendoci diventare insensibili e, in qualche maniera, intossicandoci, perché il negativo non viene pienamente smaltito e giorno per giorno si accumula…”. “I mass media – aggiunge Ratzinger - tendono a farci sentire sempre 'spettatori', come se il male riguardasse solamente gli altri, e certe cose a noi non potessero mai accadere. Invece siamo tutti 'attori' e, nel male come nel bene, il nostro comportamento ha un influsso sugli altri”. Interpretiamo così il messaggio: il rischio grave non è che si racconti il male, ma che a forza di ripeterlo nessuno ci faccia più caso, come se riguardasse qualcun altro. Allora ben detto, Benedetto! Eppure questo rischio bisogna accettarlo comunque, continuando a cercare quella notizia “scomoda”, quella che infastidisce il potere. In Italia vorrebbero invece far passare l’idea che il potere non lo si debba disturbare mai. Augusto Minzolini, direttore del Tg1, quello del “servizio pubblico”, è intervenuto in video dopo la deposizione del mafioso Filippo Graviano che al processo a Marcello Dell'Utri aveva smentito il pentito Gaspare Spatuzza, chiedendosi se il grande eco “alle minchiate” di Spatuzza si “poteva evitare”. Secondo Minzolini si doveva evitare, perché la rilevanza data alle parole del pentito di mafia su Berlusconi e Dell’Utri danneggiava l'immagine dell'Italia nel mondo. L’Italia la danneggia chi vorrebbe ignorare certi mali, come se non esistessero. Il rapporto tra mafia e politica? Sono tutte “minchiate”, Minzolini dice agli italiani e mette, anche molto pericolosamente per il suo padrone, in rapporto la vicenda Berlusconi-Dell’Utri con quella di Andreotti, o meglio di Andreotti-Lima, dove certe relazioni con la mafia non furono affatto delle “minchiate”. Non si capisce perché quello che ha dichiarato il pentito Spatuzza sia solo menzogna, mentre quello che dice il suo capo Filippo Graviano, fino a prova contraria ancora mafioso non pentito, solo oro colato. La mafia è soprattutto omertà, codice del silenzio, valore supremo di Cosa Nostra. “Un'haiu sintuto, un'haiu parlato e si chistu voli riri aviri rittu e comu un'nilavissi rittu”. Traduzione: non ho sentito, non ho parlato e se questo significa avere detto qualcosa è come non l'avessi detto. Così “parlavano” una volta i mafiosi, quando venivano protetti dalla politica e in cambio davano protezione alla politica, altro che minchiate. Oltre a Filippo Graviano, venerdì durante il Processo a Dell’Utri avrebbe dovuto parlare anche il fratello Giuseppe, il vero boss di Spatuzza, che si è dichiarato malato e si è avvalso del suo diritto di restare mafiosamente in silenzio – anche se per iscritto qualche “rivendicazione” l’ha fatta, lamentandosi delle condizioni della sua detenzione e riservandosi di parlare in futuro. Il senatore Dell’Utri dice di chiamare “stronzo” chi lo chiama mafioso. Ci auguriamo che nel processo di appello possa essere definitivamente stabilito che lui “pinciuto” non lo sia mai stato. Eppure certe frequentazioni con gli ambienti mafiosi resteranno, almeno leggendo le carte dei processi. Ma queste frequentazioni non lo hanno tenuto lontano dal Parlamento: si potrebbero allora chiamare “stronzi” coloro che continuano a votare personaggi risultati così vicini agli ambienti mafiosi? Intanto il primo ministro Berlusconi si vanta in Europa di avere “le palle”. Se veramente le avesse, per il bene dell’Italia, si sarebbe già dimesso invece di vantarsi di avere accanto chi un tribunale ha già giudicato complice della mafia. Tutte “minchiate”, facciamo male a parlarne? Se lo dice Minzolini...

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