Analisi e commenti

La tragica fine di Kaczynski potrebbe rilanciare le ambizioni del fratello gemello. L’ombra lunga di Jaroslav

Di Jean-Luc Giorda

10-04-2010

La decapitazione improvvisa e traumatica di una classe dirigente, l'imprevisto che spazza come una tempesta il corso della storia di un Paese. Quel che è successo ieri alla Polonia è uno di quegli episodi che si verificano, di solito, alla fine di una guerra perduta. Anche le catastrofi naturali più devastanti, quasi mai riescono a tanto. Scorrere la lista delle personalità di governo cadute sul Tupolev presidenziale mette i brividi. Ma suggerisce alcune considerazioni.

La prima, è che l'integrazione europea rappresenta ancora una benedizione per i Paesi della Ue. Una benedizione della quale ci rendiamo conto solo nei momenti più turbolenti. Lech Kaczynski era un euroscettico dichiarato: nazionalista e populista, presidente (in declino di popolarità) di un Paese grande ma traumatizzato dalla storia, troppe volte soggetto e conteso per fidarsi di qualsiasi alleanza, appartenenza, federazione. Eppure il suo premier Donald Tusk, conservatore anch'egli ma liberale, ieri ha tirato un respiro di sollievo ricordando che il Paese è saldamente ancorato nelle istituzioni europee. Anche in questa crisi, non è terreno propizio né per le manovre esterne, né per eversioni interne.

Tuttavia, la scomparsa del presidente uscente, del suo staff, dei suoi generali, apre uno scenario nuovo a Varsavia. Il presidente uscente era avviato a uscire tranquillamente di scena a ottobre, con le elezioni presidenziali. Così come era successo per il fratello gemello Jaroslaw tre anni fa, quando fu sostituito da Tusk alla guida del governo. Il successore era già noto: Bronislaw Komorowski, presidente della Camera, candidato del partito di Tusk. Komorowski avrebbe battuto, secondo i sondaggi, sia Kaczynski sia il candidato progressista Jerzy Szmajdzinski. Assicurando al premier Tusk una presidenza della repubblica moderata, e in perfetta sintonia con il governo. L'ideale per uscire dalla crisi economica senza scosse, per la tranquillità degli industriali polacchi e dei partner Ue, Germania in testa.

Ora la tragedia apre una finestra di opportunità al ritorno in lizza di Jaroslaw: l'emozione per la scomparsa del fratello, perdipiù avvenuta sulla simbolica via di Katyn, per commemorare la ferocia stalinista, è l'ingrediente ideale per un successo a sorpresa nelle elezioni anticipate che Tusk dovrà convocare nei prossimi giorni. E che il vincitore annunciato Komorowski affronterà nella scomoda posizione di presidente ad interim: quasi un usurpatore, nel fuoco spietato della campagna elettorale.

Uno scenario che certo preoccupa tutti quei leader europei e occidentali che in queste ore stanno comprensibilmente tessendo le lodi dello scomparso Kaczynski come "grande patriota" (Sarkozy), "appassionato e democratico" (Brown). Nessuno vuol vedere l'ultraconservatore, antieuropeista Jaroslaw, alla guida della Polonia. Prima fra tutti Angela Merkel, che ha sudato sette camicie per fronteggiare i sospetti anti-tedeschi dei "gemeli terribili". Ma neanche l'americano Barack Obama, impegnato a ricucire i rapporti con Mosca e a rassicurare i suoi alleati dell'Est Europa privati del ricco progetto dello "scudo spaziale", amerebbe trattare con quello che fu il più convinto sostenitore europeo delle politiche di George W. Bush.

 

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