Analisi e commenti

Quello di Berlusconi al Senato sarà un discorso non facile. L'equilibrismo del premier

di Pierfrancesco Freré

21-06-2011


Non sarà un discorso facile quello che Silvio Berlusconi pronuncerà oggi al Senato. La verifica parlamentare è stata chiesta dal capo dello Stato per capire se la compattezza della maggioranza è sempre la stessa dopo la diaspora finiana e l'ingresso dei "responsabili"; ma poi s'é aggiunta la doppia sconfitta alle amministrative e ai referendum che ha seminato il malessere nel Pdl e nella Lega. Come se non bastasse, il dibattito si apre con l'abbandono dei due deputati liberaldemocratici che erano appena approdati nella maggioranza, il che la risospinge sotto la soglia critica dei 315 voti.

L'intenzione del premier sembra essere quella di cambiare passo e toni rispetto al passato: puntare sulle riforme economiche e istituzionali, chiedere il contributo dell' opposizione, parlare poco di giustizia e molto di Europa e di sviluppo. Si potrebbe osservare che se l'agenda fosse stata questa già nei mesi precedenti, forse per l'asse del Nord le cose sarebbero andate in modo differente.

Ma in realtà il Cavaliere dovrà compiere una vera opera d'equilibrismo, farsi convesso e concavo come ha più volte detto, per accontentare l'alleato in difficoltà. Umberto Bossi ha assicurato alla sua base che il Carroccio stavolta non si farà sfuggire risultati importanti: il primo dovrebbe essere il taglio delle tasse, poi a seguire il trasferimento di alcuni ministeri al Nord (che si risolverà con ogni probabilità nell'apertura di alcune sedi di rappresentanza, il massimo che il Pdl può concedere) e la fine delle missioni all'estero.

Quest'ultimo è forse il punto più delicato. Il capo dello Stato ha sottolineato che sulla guerra di Libia il nostro impegno, sancito da un voto delle Camere, è di restare schierati e nel Pdl tutti sono consapevoli che è impossibile stracciare gli accordi con le Nazioni Unite; lo stesso dicasi per l'Afghanistan, missione giudicata strategica appena sabato scorso dal presidente del Senato Schifani.

E allora l'abilità di Berlusconi consisterà nel volare al di sopra delle singole questioni per disegnare uno scenario che guardi lontano, alle elezioni del 2013, allorché l'asse del Nord potrebbe ripresentarsi agli elettori con una riforma fiscale delineata dalla legge delega i cui effetti dovrebbero cominciare a manifestarsi proprio in quell'anno.

Non sarà facile. La sconfitta del centrodestra è anche figlia della difficoltà di offrire al proprio blocco sociale un credibile orizzonte di sviluppo economico. Non a caso proprio ieri la Confindustria è tornata a chiedere al governo provvedimenti urgenti per famiglie e imprese con il taglio delle tasse. Il premier parlerà della riduzione a tre delle aliquote e a cinque delle imposte, di riforme istituzionali e di federalismo ma tutto ciò potrebbe non essere ancora sufficiente ai lumbard.

Il motivo è semplice: Bossi è consapevole che non saranno un paio di targhe d'ottone a scaldare il cuore dei suoi elettori. Vuole risultati immediati. Ma alla luce della grave crisi internazionale e del rischio default della Grecia è ovvio che Tremonti non sia in condizioni di dare garanzie di nessun tipo: la stessa Italia è in prima linea in questa guerra finanziaria. Ecco perché il Carroccio, pur ribadendo di voler essere "costruttivo", come spiega Roberto Cota, si impegna solo in un'operazione a tempo: tra sei mesi, fa sapere Luca Zaia, si dovrà fare un'altra verifica. La Lega sosterrà Berlusconi solo fino a quando "ci saranno i risultati".

Naturalmente i due alleati hanno necessità di mostrare bandiera agli occhi dei propri elettori e le parole non vanno prese alla lettera. Ma alcune crepe ci sono e l'opposizione intende allargarle. Perciò l'Italia dei valori ha presentato due mozioni: una che respinge l'idea di trasferimento dei ministeri per ottenere il voto del Pdl (che ha presentato un suo documento); l'altra che chiede la fine delle missioni in Libia e Afghanistan (per stanare la Lega). Il Pd e il terzo polo sosterranno solo la prima.

Intanto il pressing di Nichi Vendola ha costretto Pierluigi Bersani a una precisazione: i democratici non cercano alleanze con il Carroccio ma vogliono solo farne emergere le contraddizioni. Il movimentismo del governatore della Puglia crea disagio nel Pd. Massimo D'Alema accusa Vendola di insistere sulle primarie per affermare la sua leadership personale quando invece il vero problema, argomenta, è quello di dare vita a un progetto comune per il futuro dell'Italia.

pierfrancesco.frere@ansa.it

 

 

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