Il fatto

Nicholas Green commosse il Paese e stimolò le donazioni di organi

09-03-2012

NEW YORK. Era il 29 settembre del 1994 quando, la famiglia Green, californiani in vacanza in Italia, stava percorrendo l'autostrada A3 Salerno-Reggio Calabria, su una Autobianchi Y10 presa in noleggio. Si trovavano all'altezza dell'uscita Serre, nei pressi di Vibo Valentia, quando furono assaliti da un gruppo di rapinatori. L'auto era del tutto simile a quello di un gioielliere e, durante il tentativo di furto, furono sparati alcuni colpi d'arma da fuoco. Un proiettile colpì il bimbo Nicholas, di appena sette anni, che dormiva sul sedile posteriore della vettura. Il piccolo fu ricoverato al centro neurochirurgico dell'ospedale di Messina, dove però morì qualche giorno dopo, il primo di ottobre. Alla sua morte, i genitori autorizzarono l'espianto e la donazione degli organi. Di questo gesto ne beneficiarono sette italiani, quattro adolescenti e un adulto, mentre altri due riceventi riacquistarono la vista grazie al trapianto delle cornee.

In seguito alla donazione degli organi, i genitori del bambino ricevettero la medaglia d'oro al merito civile con la seguente motivazione: "Cittadini statunitensi, in Italia per una vacanza, con generoso slancio ed altissimo senso di solidarietà disponevano che gli organi del proprio figliolo, vittima di un barbaro agguato sull'autostrada Salerno - Reggio Calabria, venissero donati a giovani italiani in attesa di trapianto. Nobile esempio di umanità, di amore e di grande civiltà. Messina, 1º ottobre 1994."

Fu un evento che fece molto scalpore in Italia perché, fino a quel momento, la donazione degli organi non era prassi comune in Italia.

Dalla vicenda, nel 1998, ne su tratto un film per la tv diretto da Robert Markowitz, attraverso una co-produzione italiana e americana, con Jamie Lee Curtis nei panni di Maggie Green, Alan Bates (Reg Green), Gene Wxler (Nicholas Green) e Isabella Ferrari.

Per quel delitto furono arrestati e poi processati Michele Iannello e Francesco Mesiano, contro i quali c'erano soprattutto indizi e intercettazioni ambientali. Ma, il 16 gennaio del 1997, vennero assolti dalla Corte d'Assise di Catanzaro, per poi essere condannati in appello, nel giugno del '98. Iannello ebbe l'ergastolo e Mesiano fu condannato a 20 anni, sentenza che fu confermata anche in Cassazione. I due si sono sempre dichiarati innocenti. Michele Iannello, ex affiliato alla ‘ndrangheta, divenne in seguito collaboratore di giustizia, confessando quattro delitti e fornendo alla magistratura rivelazioni utilizzate in vari processi.

Il 15 gennaio del 2002 Iannello incontrò il procuratore capo della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro. Nel corso dell'interrogatorio accusò il fratello Giuseppe dell'omicidio Green. Fu aperto un fascicolo, ma l'inchiesta finì per competenza territoriale alla Procura di Vibo Valentia, la stessa che aveva richiesto l'ergastolo per Iannello. Il magistrato chiese e ottenne dal giudice per le indagini preliminari l'archiviazione". In seguito a questa decisione Iannello perse anche i benefici del programma di protezione.

L'avvocato di Iannello, Claudia Conidi, disse di volersi rivolgerere alla Corte d'appello di Catanzaro per chiedere la riapertura del processo. "Ciò che turba di più Michele" dichiarò allora il legale "è l'idea che il vero assassino di Nicholas sia ancora in circolazione e sia per giunta suo fratello".

"Io non ho ucciso Nicholas - scrisse al settimanale L'Espresso Michele Iannello -. Il vero responsabile dell'omicidio è libero e porta su di sé il peso di quel crimine, tanto efferato quanto inutile e gravissimo perché ha cancellato il sorriso di un bambino" affermò Iannello nella lettera dal carcere lombardo di Busto Arsizio, dove stava scontando la condanna. 

 

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