La città

Riduttivo chiamarlo concerto, Zucchero al Madison Square Garden

Di Lorenza Cerbini

25-04-2014


NEW YORK. Riduttivo chiamarlo concerto. Quello che Zucchero ha portato al Madison Square Garden è stato un festival, da fare invidia al blasonato Sanremo.

Tre ore di musica con ospiti che le principali manifestazioni "canore" italiane chiamerebbero d'"onore", ma che Zucchero invece chiama "amici". Il più amato, secondo quanto dice il bluesman emiliano, è Sting che compare verso fine serata. Pantaloni di pelle nera, calvo e bianchiccio, (ma che ci si può fare, è inglese!), si esibisce in "Muoio per te" e la hit "Every Breath You Take". Il pubblico impazzisce. Perché la carrellata di star è già stata ricca e Zucchero non accenna a fermarsi. Dal suo cappello magico sono usciti Irene Fornaciari (la figlia), Elisa, Fiorella Mannoia, Fher, Jovanotti, Chris Botti, Sam Moore, Nile Rodgers, Monica e un coro gospel. Sorrisi, abbracci, baci e poi una lacrima. Nascosta al pubblico, visibile negli occhi lucidi per un istante a chi stava nelle prime file. Zucchero ricorda Luciano Pavarotti che appare in video e sul palco il flautista Andrea Griminelli intona "Miserere" il brano che per anni ha unito il bluesman e il tenore, figli comunque della stessa terra.

Per Zucchero il concerto newyorchese era il più atteso nel tour di due mesi che lo ha portato in giro per l'America del Nord. E lui lo ricorda. "Sono stato in cittadine dai nomi come Wichita e Lafayette, ma la tappa più importante di questo tour è quella di stasera". Zucchero temeva il flop e più volte, nei mesi scorsi ha ricordato che affittare il Madison Square Garden non è uno scherzo, sono migliaia e migliaia di dollari. Lui si è preso il rischio come imprenditore e come artista. Il pubblico lo ha premiato con un sold out e il gesto emblematico delle mani protese nel brano "Soul Man" eseguito esageratamente con Sam Moore, quello "originale", l'uomo del Sud, del "soul" e del R&B che a 78 anni ha rispolverato la sua hit datata 1967.

Per un concerto così non serve solo l'anima, ma anche un po' di fisico e quello di Zucchero non è bestiale. Nonostante i 60 anni portati con disinvoltura, stare sul palco tre ore non è un gioco. E lui non ha nessuna intenzione di voler dare di più di quanto glielo consentano le cartilagini delle sue ginocchia e infatti manco ci pensa un secondo a stare dietro a Jovanotti che salta come un grillo in una notte d'estate e in scena entra due volte, a metà concerto (canta "Il mare") e sul finale per "Un diavolo in me". Jovanotti è il vero diavolo. Zucchero è decisamente più pacato e durante la serata cerca anche dei momenti di relax, seduto per un brano alla chitarra, seduto al pianoforte.

Il concerto inizia con il brano che ama di più "Il suono della domenica" quello che lo lega alla sua infanzia e alla vita di paese che tanto ama, perché nonostante Zucchero abbia girato il mondo intero e per osmosi abbia appreso da decine di culture, la sua mente finisce sempre lì tra i rintocchi della campane, le gonnelle delle donne a spasso e i brodi fatti in casa, quelli che invadono la cucina rendendo la domenica un giorno speciale. "Bacco perbacco" e "Vedo nero" sono i classici che lo scaldano, il motorino di avviamento e infatti si ritrovano a inizio concerto.

Lo Zucchero cubano e spagnoleggiante, quello del grande evento di due anni fa a L'Avana, resta invece un po' in disparte, tirato fuori solo in duetto con Fiorella Mannoia (Guatanamera) e con Fernando "Fher" Olvera, voce dalla rock band messicana Maná. Una scelta strategica forse, siamo a New York mica a Miami! E Zucchero preferisce la linea "politically correct", che meglio si addisce ad una platea che è lì per i suoi successi. Il brano volendo più romantico della serata, è "Dune mosse" eseguito con l'accompagnamento della tromba di Chris Botti. Coinvolgenti "Diamante", "Così Celeste" e "Diavolo in me" accompagnati da un coro gospel.In giro per l'America dall'inizio di marzo, Zucchero concluderà il suo tour il 4 maggio a Miami. E sintetizza: "Sono voluto andare in luoghi dove ero semisconosciuto. Ho cantato in italiano e agli americani, quelli veri, è piaciuto".

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