Dagli USA

Rush finale per le elezioni di midterm

29-10-2014

 

NEW YORK. In America parte il conto alla rovescia per le elezioni di metà mandato. E, a una settimana dal voto di martedì 4 novembre, i repubblicani appaiono sempre in vantaggio: pronti a conservare il controllo della Camera e, soprattutto, pronti a conquistare il Senato. Per i democratici sarebbe un durissimo colpo, pagando a caro prezzo soprattutto l'impopolarità del presidente Barack Obama, divenuto l'ombra di colui che trionfò alle presidenziali del 2008 e del 2012. Gli americani che approvano il suo operato è di appena il 43%, non lontano dai minimi storici.

Non tutto però sembra ancora perduto per i democratici. Data per scontata la vittoria dei repubblicani alla Camera dei Rappresentanti, gli ultimi sondaggi (Nbc/Marist, Abc/Washington Post e Wall Street Journal/Annenberg) dicono che in molti Stati chiave si profila un vero e proprio testa a testa per la conquista di un seggio al Senato. Nel partito del presidente, dunque, c'è ancora la speranza di evitare quello scenario dell'anatra zoppa che di fatto renderebbe gli ultimi due anni di Obama alla Casa Bianca un incubo, con possibilità pari allo zero di far avanzare l'agenda presidenziale. E col rischio di veder rovesciate alcune leggi e riforme fatte dal 2008.

La partita si gioca prevalentemente in nove Stati, i cui seggi del Senato sono attualmente in mano democratica. Ai repubblicani ne servono sei per vincere. In tre Stati - Montana, West Virginia e South Dakota - per i candidati del Gop si profila una passeggiata. I repubblicani devono quindi vincere in altri tre dei sette Stati più in bilico: Alaska, Arkansas, Colorado, Iowa, Louisiana, New Hampshire e North Carolina. Negli ultimi due al momento i candidati democratici appaiono in leggero vantaggio, mentre negli altri guidano, seppur di poco, i candidati repubblicani. Ma occhio anche a Georgia, Kansas e Kentucky, dove i repubblicani rischiano di perdere il loro seggio senatoriale. Insomma, la battaglia è molto più serrata di quello che possa sembrare.

E il partito dell'asinello sembra ancora crederci. La parola d'ordine nel rush finale della campagna elettorale è una sola: compiere uno sforzo enorme per motivare la base, convincerla a mobilitarsi e ad andare a votare. Del resto c'è un precedente non lontano nel tempo che fa ben sperare: le presidenziali del 2012, quando il sogno di Mitt Romney si infranse contro la potente macchina organizzativa dei democratici e del comitato elettorale di Obama, che nelle ultime settimane riuscirono a trascinare milioni di americani alle urne.

Il Wall Street Journal - nell'ultimo sondaggio - mostra come l'interesse per le elezioni di midterm sia cresciuto negli ultimi mesi all'interno dell'elettorato di destra, il cui zoccolo duro è costituito da bianchi, anziani, conservatori, maschi. Mentre il disinteresse sia decisamente prevalente in giovani, donne e in quelle minoranze (neri, ispanici, asiatici) che in passato hanno fatto il successo dell'attuale inquilino della Casa Bianca. Sono proprio queste minoranze il principale obiettivo dei democratici negli ultimi giorni di campagna elettorale: una campagna a tappeto, porta a porta, proprio come quella del 2012. E proprio ricordando il 2012, tra i repubblicani comincia a serpeggiare una certa preoccupazione: quella di essere ancora una volta superati a un centimetro dal traguardo.

 

 

Hillary preoccupa Wall Street

 

NEW YORK. Hillary critica Corporate America e Wall Street si preoccupa. "Non lasciatevi dire che sono le grandi imprese a creare posti di lavoro". "Mi piace guardare Elizabeth Warren", la senatrice ‘poliziottò della Borsa, "darle a chi se le merita". L'ex first lady sembra aver svoltato a sinistra e Wall Street, uno dei suoi maggiori sostenitori, non sembra affatto contenta, anche se è ancora troppo presto per capirlo davvero. Pur non avendo ancora sciolto le riserve su una sua possibile discesa in campo alle presidenziali del 2016, ogni parola di Hillary è attentamente pesata ed esaminata in America. E alle grandi banche non sono passate inosservate le sue recenti affermazioni, una sorta di spallata al mondo finanziario, con Hillary, considerata da sempre amica delle banche, che ha criticato la Corporate America e si è schierata con quella che da anni è considerata la paladina dei consumatori e il più acerrimo nemico della piazza finanziaria, la democratica Warren.

Un progressismo, quello dell'ex segretario di Stato, che ha sorpreso molti, rimasti increduli di fronte alle sue parole che hanno sollevato dubbi su come sarebbe Hillary presidente, ovvero se seguirebbe lo stile del marito Bill oppure se si trasformerebbe in una Hillary a sinistra come e più di Barack Obama. Ma c'è anche molto scetticismo sulla capacità dell'ex First Lady, conosciuta come l'amica di Wall Street, di modificare radicalmente e rapidamente le sue posizioni. Non è da dimenticare - affermano alcuni critici - che Hillary ha di recente accettato 200.000 dollari per ognuno dei due discorsi tenuti a Goldman Sachs e JPMorgan. Altri osservatori stemperano invece le polemiche: Hillary sta facendo campagna per aiutare i democratici e si muove sulla stessa linea di chi aiuta.

"La verità è che deve virare a sinistra per aiutare il suo partito. La domanda è se vi resterà o se tornerà indietro'‘ afferma al New York Times un banchiere sostenitore di Hillary Clinton da anni. Le sferzate a Wall Street non sono passate inosservate neanche fra i repubblicani. Il portavoce dell'ex presidente George W. Bush, Ari Fisher, su Twitter commenta: "Qualche volta bisognerebbe chiedersi se Hillary crede realmente in qualcosa, al di là di piacere a chi le è davanti ed è attuale". Che di recente si sia spinta troppo oltre se ne è resa conto, forse anche su pressione dei suoi stessi donatori, la stessa Hillary, costretta poi a precisare: "Voglio essere assolutamente chiara. La nostra economia cresce quando aziende e imprenditori creano posti di lavoro ben retribuiti in un paese, l'America, dove i lavoratori e le famiglie possono migliorarsi".

 

Il palinsesto di oggi