Cultura

La leggenda di Vittorio De Sica

12-11-2014

ROMA. Il 13 novembre di quarant'anni fa, in un luogo anonimo come il borgo parigino di Neuilly sur Seine, finiva la vita e cominciava la leggenda di Vittorio De Sica. A 73 anni si spegneva un voce inimitabile del cinema e della cultura italiana, un volto tanto popolare che solo le sue simpatie (più di cuore che di formazione) per la sinistra italiana impedirono quei funerali solenni che il suo pubblico si aspettava. In Francia, Vittorio era andato per curare un tumore ai polmoni e la lontananza dalla sua Italia pesò certamente su una morte in fondo solitaria e appartata. Oggi riposa al cimitero monumentale del Verano a Roma, ma la sua eredità artistica, fortemente legata allo spirito napoletano (nonostante fosse nato a Sora il 7 luglio 1901), è davvero un patrimonio italiano e universale insieme: non si può rievocare la spigliata commedia dei "telefoni bianchi" senza pensare al De Sica attore; non esiste il neorealismo senza il suo occhio dietro la cinepresa; lo ricordano il gran teatro di rivista e la scena musicale della canzone napoletana.

Perfino il costume italiano gli deve molto, tra maschere d'attore immortali (il maresciallo della serie "Pane, amore e"), turbolenta vita privata (un doppio menage matrimoniale che fece scandalo) e impegno politico (fu tra i padri dell'associazionismo di categoria e il suo discorso al primo sciopero nazionale dello spettacolo resta tra le pagine più belle della sua vita).

In Vittorio De Sica convivono insomma mille anime che, tutte insieme, rappresentano il paese attraverso i suoi momenti più drammatici ed esaltanti, dal fascismo all'antifascismo, dal neorealismo al boom. Furono lui e Rossellini, su binari diversi e paralleli, ad aprire al cinema italiano una nuova stagione (Sciuscià", 1946 e poi "Ladri di biciclette" del 1947, mentre Rossellini firmava "Roma città aperta").

Fu per un suo film ("Umberto D", 1952) che il sottosegretario Giulio Andreotti aprì una polemica destinata a diventare celebre sulle responsabilità del cinema ("I panni sporchi si lavano in famiglia").

Fu il suo cinema a portare all'Italia i primi Oscar e a fare di Vittorio de Sica il regista italiano più premiato (ben quattro statuette). L'anno in cui morì Ettore Scola gli dedicò uno dei suoi capolavori, "C'eravamo tanto amati", ma la sua eredità è di tale portata che il cinese Wang Xiaoshuai nel 2001 firma con "Le biciclette di Pechino" un dichiarato remake del suo capolavoro.

Attore in ben 158 pellicole, regista di 34 tra lungometraggi e film a episodi, spesso autore non accreditato per esigenze "alimentari" (a causa della passione del gioco accettò spesso lavori su commissione), De Sica domina almeno tre stagioni del cinema: come "attor giovane" acquisisce una popolarità assoluta che poi travasa con grandissimo mestiere da autodidatta nelle sue interpretazioni della maturità; come regista compone con Cesare Zavattini un duo di formidabile creatività e capacità innovativa nel linguaggio delle immagini; come grande virtuoso del racconto firma opere di forte intensità manierista culminate nell'Oscar per "Il giardino dei Finzi Contini" del 1970.

Di lui oggi resta una simpatia e una comunicativa immediata che colpisce lo spettatore d'ogni età fin da quando entra in scena: per far ridere ("Il processo di Frine") o piangere ("Il generale della Rovere").

Di lui resta un'umanità profonda che seppe trasmettere ai suoi attori più cari, Sophia Loren e Marcello Mastroianni con cui seppe coltivare un'amicizia ben oltre il set, da "La Ciociara" a "Ieri, oggi, domani". Di lui resta un'idea pura del cinema che si traduce in uno sguardo nitido e partecipe sulla realtà, un'immediatezza del sentire che lo rende universale.

 

 

Nino Manfredi

Il suo mondo in mostra a 10 anni dalla morte

 

Di Nicoletta Tamberlich

 

ROMA. I momenti della vita artistica, ma anche privata, di uno degli attori più emblematici e popolari del cinema italiano, Nino Manfredi (all'anagrafe Saturnino Manfredi (Castro dei Volsci, 22 marzo 1921 - Roma, 4 giugno 2004), a 10 anni dalla sua scomparsa: dal salotto della sua casa romana con l'amata poltrona, la tv e ai piedi il cavalluccio a dondolo in legno dei suoi figli quando erano bambini, a un Super8 originale dell'epoca girato a casa Manfredi, alle foto e testimonianze dei suoi film più celebri a cominciare da quelle inedite delle avventure di Pinocchio di Comencini con una splendida Gina Lollobrigida (Fata turchina), fino alla statua di Pasquino dove i visitatori potranno lasciare i loro messaggi su un post-it.

Con la mostra al museo di Roma Palazzo Braschi, ‘Nino!' (da oggi al 6 gennaio 2015) proseguono dopo la tappa Usa, la proiezione alla Mostra del cinema di Venezia della copia restaurata da parte della Cineteca Nazionale di "L'avventura di un soldato", le innumerevoli iniziative che nel corso di tutto l'anno, sia in Italia che all'estero, hanno reso omaggio ai momenti più significativi della vita privata ed artistica dell'attore in occasione del decennale della sua scomparsa e che hanno ottenuto l'adesione del Presidente della Repubblica. La rassegna Nino! è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura, Creatività e Promozione Artistica - Sovrintendenza Capitolina, da Dalia Events e Dalia Association che la curano in collaborazione con Onni ed ExNovo, e sostenuta dalla famiglia Manfredi.

Un'esposizione il cui obiettivo, per volontà delle curatrici Camilla Benvenuti e Sarah Masten affiancate dall'architetto Maria Francesca Marasà, è accompagnare lo spettatore attraverso un viaggio alla riscoperta di Nino Manfredi dietro la telecamera e dell'artista che ha regalato al mondo del cinema e dello spettacolo interpretazioni memorabili che lo hanno fatto diventare a pieno titolo uno dei quattro colonnelli della Commedia all'Italiana. In sottofondo durante il percorso della mostra per la prima volta in esclusiva la canzone inedita che l'attore romano cantò prima della sua morte: nel dicembre del 1997 Nino Manfredi s'innamorò al primo ascolto della canzone "Non lasciare Roma" e volle inciderla. Grazie al produttore e musicista Claudio Zitti questo fu possibile. Gli autori sono due colonne portanti nel panorama della musica italiana: Mario Panzeri e Franco Fasano.

Una rassegna fotografica e multimediale suddivisa in 10 sale, ad ognuna delle quali il compito di raccontare una delle tante sfaccettature di questo artista e arricchita dalle testimonianze di personaggi del mondo della cultura e dello spettacolo come Gianni Canova, Enrico Brignano, Ornella Vanoni, Alessandro Benvenuti, Lina Wertmuller, Giuliano Montaldo, Pietro Abate e Alberto Panza insieme a quelle dei figli Roberta e Luca.

L'esposizione presenterà anche il documentario realizzato da Willy Colombini durante la tournée americana del Rugantino del 1964.

Il figlio Luca che ha realizzato il documentario ‘Ottant'anni da attore" visibile alla mostra, è un viaggio a ritroso nella carriera di Nino Manfredi: attore, doppiatore, soggettista, sceneggiatore, regista, autore di commedie teatrali e cantante, partendo dai festeggiamenti per i suoi ottant'anni, nel marzo del 2001.

Il film è stato realizzato con l'amichevole partecipazione di Massimo Ghini - nella funzione di intervistatore - e del critico Gianni Canova, che mi hanno aiutato a compiere un' "esplorazione" nella memoria artistica di mio padre, arricchita da testimonianze, contributi d'archivio, filmati e racconti inediti. Se dovessi trovare un termine che lo definisca come uomo di spettacolo, direi che Nino era un "artigiano", innamorato del suo lavoro per il grande impegno che metteva in tutto quello che faceva''. Presentato anche il volume ‘Nino Manfredi uomo e artista', a cura di Gianfranco Bartalotta, dove si ricostruisce la figura di ‘'un attore dai mille volti, ma anche l'amico della porta accanto, un italiano con la "fisionomia di bravo ragazzo" che affrontava con una precisione quasi chirurgica ogni sua interpretazione. Nel volume contributi di Renzo Arbore, Pippo Baudo, Nancy Brilli, Andrea Camilleri, Sergio Castellitto, Leo Gullotta, Gabriele Lavia, Erminia, Gianni Letta, Luca, Roberta e Giovanna Manfredi, Sarah Masten, Giovanna Ralli, Gian Luigi Rondi, Ettore Scola, Catherine Spaak, Franca Valeri, Vanoni, Wertmüller, Ettore Zocaro.

 

 

 

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