Cultura

Jean-Jacques Annaud

Festival di Bari. A scuola con i registi

22-03-2015

 

BARI. "Utilizzando il sistema 3D il regista si trasforma in uno scultore, mostrando un viso che si avvicina all'occhio dello spettatore, come se fossimo noi stessi all'interno di un acquario, ma dobbiamo utilizzarlo non ‘commercialmente', per colpire lo spettatore, ma a servizio della storia narrata. E' un sistema di riprese molto efficace per le scene di intimità o per dare ‘emozione' ad un oggetto particolare. Molti registi oggi non amano il 3D, ma l'ho scelto, per esempio in ‘L'ultimo lupo' per creare maggiore intimità con gli animali, per meglio coinvolgere lo spettatore in un sentimento di condivisione delle emozioni del lupo".

Così il regista francese Jean-Jacques Annaud - introdotto da Michel Ciment - ha sottolineato il suo inalterato amore per la tecnologia e nuovi linguaggi visivi, umani e culturali che sono alla base de "L'ultimo lupo", che - in uscita tra pochi giorni sugli schermi - presentato in anteprima internazionale al Teatro Petruzzelli di Bari, nel corso della sesta edizione del "Bifest", Festival internazionale del cinema.

Una "disponibilità" di fronte a tutto ciò che può migliorare le nostre conoscenze tecnologiche e gli strumenti dei rapporti sociali - dalle emozioni al linguaggio - che continua a permeare e guidare la sua vita perché - ha precisato con gioia Annaud - "ogni adulto mantiene in sé un po' dell'infanzia ed è bello emozionarsi ancora, pur se avanti negli anni, per un regalo. Per questo il cinema continua ad interessarmi, anche se tutti, più o meno, facciamo sempre gli stessi film: il cinema è un gioco meraviglioso e mi emoziona come quando ad un bambino regalano il Lego e scopre che può creare tante forme diverse".

Originalità creativa nelle tematiche e nel linguaggio cinematografico da sempre alla base delle sue produzioni, fin dall'opera prima, "Bianco e nero a colori" (1976) che gli valse l'Oscar per la miglior pellicola straniera.

Annaud non si è mai cullato nel successo, né ha mai cercato di sfruttarlo con i produttori: "anzi, quelli francesi - confessa - sembrano avere una particolare avversione per lui". E proprio i numerosi di problemi di produzione hanno spinto l'indefesso Annaud a cercare all'estero l'ambientazione e la realizzazione di molti suoi film, vedi Africa, Cina, Russia. Ma un particolare amore lo riserba anche per l'italia, dove è stato folgorato dal neorealismo ("Altro che nouvelle vague" francese) e dove uno dei tre registi che maggiormente hanno ispirato la sua vita. Ettore Scola, "i cui film - sottolinea - hanno ispirato molti francesi per il loro humor, l'eleganza delle storie e la profonda riflessione sociale che suscitano. Ho sempre desiderato di potergli rendere omaggio con i miri film"). Le altre due "Muse", Alan Parker (per i suoi spot pubblicitari, che gli hanno fatto capire "che si può parlare anche con le sole immagini, utilizzando il linguaggio del corpo") e Costa-Gravas ("i suoi film hanno sempre dato un senso particolare ai nostri tempi").

Annaud ha sempre mostrato una particolare predilezione per le emozioni degli animali "per ritrovare - spiega il regista francese - il comportamento dell'uomo: dobbiamo capire qual'è l'animale che è in noi e come addomesticarlo". "Lavorare con l'istinto degli animali - prosegue - mi aiuta a lavorare con gli attori. Ai quali dobbiamo lasciare la possibilità di tirare fuori i propri istinti e metterli al servizio della storia narrata".

Un modo di lavorare che però si è talvolta scontrato con alcuni attori, come con Sean Connery in "Il nome della rosa" (1986): "altro che recitazione istintiva: voleva sapere dove mettere il bicchiere, se a destra o a sinistra, dov'era il tavolo e di che altezza, e se qualcosa veniva cambiato nel copione si arrabbiava molto".

Ma come creare cinematograficamente le emozioni degli animali? "Occorre metterli sul set e creare attorno a loro l'ambiente che potrebbe creare l'emozione che si vuole filmare. Insomma, usare con loro quasi il metodo Stanislavski: per catturare l'emozione della sorpresa delle due tigri in "I due fratelli" (2004) abbiamo fatto uscire a sorpresa da una tenda un elefante!".

Un attaccamento alla spontaneità delle emozioni che ha spinto Annaud a non mostrare mai agli attori l'ambientazione della scena prima di girarla e a rifiutare decisamente il metodo hollywoodiano degli screening aperti al pubblico prima dell'uscita sugli schermi di un film. "Proprio a causa di uno di questi, - rivela Annaud - Coppola ha dovuto cambiare il finale di Apocalypse Now".

Al vulcanico Annaud seguiranno nei prossimi giorni Costa Gravas, Ettore Scola, Andrzej Wajda, Edgard Reitz, Margarethe von Trotta e Nanni Moretti: un cast d'eccezione per un Festival sempre più in crescita di spettatori (lo scorso anno 70 mila in una settimana!) e di qualità dei prodotti internaqzionali ed italiani in concorso. Un Festival davvero "sui generis" che mette da parte i "tappeti rossi", per dare invece spazio al linguaggio cinematografico, anche con il dare ampio spazio ai documentari, un genere troppo spesso considerato di seconda categoria.

Questa sesta edizione del Bifest si caratterizza inoltre come omaggio al "film sociale", di analisi della realtà, con due imponenti retrospettive, una di Fritz Lang (la più esaustiva mai presentata) e una di Francesco Rosi, recentemente scomparso: un modo per rendere omaggio ad un grande regista internazionale che gli ultimi Oscar non hanno nemmeno menzionato.

 

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