La politica

Ue. Etichetta per i prodotti delle colonie: l'ira di Israele

12-11-2015

 

 

BRUXELLES. Da oggi i cittadini europei dovranno essere informati se il pompelmo, i datteri od il cosmetico che stanno comprando sono stati prodotti nelle colonie israeliane. Una decisione annunciata da due anni e mezzo, che per Bruxelles è "tecnica" e non politica, ma che fa scattare l'ira di Israele, che annuncia anche la sospensione di "alcuni dialoghi diplomatici" con l'Unione europea una misura temporanea che riguarda il dialogo su "temi politici e sui diritti umani". 

La Commissione Ue dopo mesi di riflessioni e valutazioni, ignorando la lettera dell'ultimo minuto inviata lunedì scorso da 36 senatori americani, stamani ha varato la 'nota informativa' sull'etichettatura obbligatoria per tutti i 28 paesi dell'Unione europea che identifica l'origine delle merci provenienti nei territori occupati in Cisgiordania e sulle alture del Golan. Specificando se esse sono prodotte da palestinesi o da insediamenti israeliani. 

Il ministero degli esteri ed il World Jewish Congress esprimono la "condanna" verso Bruxelles e sostengono che l'etichettatura "non farà avanzare il processo di pace, al contrario potrebbe rafforzare il rifiuto dei palestinesi a tenere negoziati diretti con Israele". Per il premier Benjamin Netanyahu la Ue "deve vergognarsi" per "una decisione ipocrita e che rivela un doppio atteggiamento: si applica solo ad Israele e non a 200 conflitti nel mondo". In serata Tel Aviv annuncia all'ambasciatore Ue in Israele Lars Faaborg Andersen la decisione di sospendere alcuni dialoghi diplomatici per esprimere tutta l'irritazione per la scelta di Bruxelles. ‘'Agli europei preme molto essere coinvolti nel conflitto israelo-palestinese e tenere con noi un dialogo in merito. Ma alla luce del loro comportamento abbiamo deciso di sospendere i colloqui con loro su questi temi'‘, spiega la viceministra degli esteri Tzipi Hotovely. 

In termini economici l'impatto della misura è praticamente impercettibile: il fatturato degli scambi tra la Ue e le colonie nel 2014 è stato di appena 154 milioni di euro (di cui solo 14 milioni per l'import, a fronte di 140 mln di export) in un volume d'affari complessivo di circa 30 miliardi di euro dell'import-export tra Israele e Ue. Politicamente è però tema esplosivo, interpretato come mezzo di pressione europea. E poco conta che lo stesso vicepresidente della Commissione, Valdis Dombrovskis, sottolinei che la Ue "non sostiene alcuna forma di boicottaggio o sanzione per Israele". 

La decisione di oggi arriva a due anni e mezzo dal varo delle linee guida pubblicate ad aprile 2013, in cui l'allora 'ministro degli esterì europeo Catherine Ashton annunciava la necessità dell'etichettatura. "Non è una nuova legislazione, né un cambio di politica" sottolinea oggi la Commissione europea, ricordando che - in base all'accordo di associazione tra Ue e Israele - a poter beneficiare delle facilitazioni tariffarie sono solo le merci prodotte da Israele nell'ambito dei confini del 1967, gli unici riconosciuti dalla Ue e dal diritto internazionale. "L'etichettatura con l'indicazione di origine delle merci prodotte dell'Unione o che entrano nel mercato unico è una parte essenziale della politica europea per i consumatori" sottolinea Dombrovskis, ricordando che la 'nota interpretatia' emanata (tre pagine, 12 paragrafi) è un "chiarimento richiesto dagli stati membri". 

In 16, tra cui Italia, Francia e Spagna (ma non la Germania), ad aprile scorso hanno scritto alla Commissione chiedendo di precisare le modalità di applicazione dell' etichettatura, dopo che già tre paesi (Gran Bretagna, Belgio e Danimarca) l'avevano avviata autonomamente. La Commissione oggi ha precisato che sulle etichette dovrà essere "indicata chiaramente la provenienza dagli insediamenti". 

Obbligatoria per i prodotti agricoli freschi e per i cosmetici. E comunque con tante eccezioni: il vino, ad esempio, potrà essere definito come 'made in Israel' anche se prodotto con uve coltivate nelle colonie, purché almeno imbottigliato nei confini del '67. E l'etichettatura sarà volontaria per altri prodotti industriali. Ma l'obbligo incombe sull'intera catena del commercio: dal produttore fino al dettagliante, purché il consumatore finale sia informato. E non necessariamente l'informazione implicherà un rifiuto. Fonti della Commissione osservano che in Gran Bretagna l'etichettatura ha portato a un aumento delle vendite dei prodotti delle colonie.

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