Dagli USA

Primarie repubblicane. Jeb Bush tenta il riscatto

12-11-2015

 

NEW YORK. Agli Stati Uniti serve un ‘Commander in Chief', non un ‘Agitator in Chief', un presidente che divide. Jeb Bush per la prima volta tira fuori le unghie e liquida così i populisti alla Donald Trump. Puntando invece dritto su Hillary Clinton, che accusa di non avere la "leadership" necessaria per guidare l'America e di essere ostaggio della sinistra.  

Nel quarto dibattito tra i candidati repubblicani alla Casa Bianca - in diretta su Fox Business - la ritrovata vitalità di Bush è l'unica vera novità, anche se per molti osservatori questo risveglio tardivo potrebbe non bastare. Per alcuni, più critici, l'ex governatore della Florida ha solo "evitato il disastro". 

Ma di fatto, per ora, l'attesa spallata del suo ex delfino Marco Rubio - sempre più corteggiato dall'establishment del partito e dai finanziatori delusi da Jeb - non c'è stata. Mentre gli attuali leader nei sondaggi in vista delle primarie, Donald Trump e Ben Carson, non hanno brillato. 

Sul palco del Milwaukee Theater è andato in scena uno schieramento di candidati che di fatto rispecchia l'attuale travaglio del partito della destra americana, sempre più in crisi di identità e alla ricerca della sua vera anima, tra le spinte verso una deriva sempre più ‘populistà e lo sforzo contrario di riconquistare un profilo più equilibrato e di governo. 

"Dobbiamo pensare a chi di noi è in grado di battere Hillary Clinton, e smetterla con le scaramucce", è il richiamo di Bush il giorno dopo l'evento. Sulla riforma dell'immigrazione si è consumato lo scontro più duro. E se Trump rilancia la doppia proposta del muro al confine col Messico e della deportazione di 11 milioni di irregolari, Bush sferza i suoi rivali con forza: "Mentre noi repubblicani continuiamo a parlare di deportazione i democratici vincono", rimprovera, distanziandosi dalla posizione di tutti gli altri e ribadendo come nell'ambito di una riforma dell'immigrazione complessiva sia imprescindibile valutare un percorso di regolarizzazione dei clandestini. 

Lo scontro si ripete sulla politica estera, con Trump che chiede di lasciar fare ai russi in Siria ("che bombardino pure l'Isis!") e Rubio che invece accusa Vladimir Putin di essere un "gangster", un personaggio della criminalità organizzata". 

Anche in questo caso è Bush che appare più efficace: prima accusando il magnate newyorkese di giocare a Monopoly ("non è così che funziona il mondo"), poi attaccando Hillary Clinton accusata di voler continuare con la politica estera di Barack Obama, reo di aver fatto perdere all'America il ruolo di leader nel mondo, e di "non aver affrontato veramente la minaccia del terrorismo in Medio Oriente". 

L'affondo contro l'ex first lady prosegue sulla riforma di Wall Street e sulla stretta sulle grandi banche. "Hillary Clinton vuole norme più stringenti che non farebbero altro che aumentare i rischi per l'economia reale", spiega Bush, convinto tra l'altro che abolendo molte misure volute da Obama l'economia potrebbe crescere del 4%: 

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