Dal Mondo

L'Iran vieta i pellegrinaggi alla Mecca

06-01-2016

Non si ricuce la frattura fra l'Iran, che blocca i pellegrinaggi alla Mecca, e l'Arabia Saudita, che ieri si è portata dietro anche il Kuwait - dopo Bahrein, Sudan e in misura minore Emirati Arabi Uniti - nella decisione di rompere le relazioni diplomatiche con Teheran, dopo l'assalto alla sua ambasciata durante proteste non autorizzate contro l'esecuzione dell'imam sciita Nimr al Nimr.

 

TEHERAN. Non si ricuce la frattura fra l'Iran, che blocca i pellegrinaggi alla Mecca, e l'Arabia Saudita, che ieri si è portata dietro anche il Kuwait - dopo Bahrein, Sudan e in misura minore Emirati Arabi Uniti - nella decisione di rompere le relazioni diplomatiche con Teheran, dopo l'assalto alla sua ambasciata durante proteste non autorizzate contro l'esecuzione dell'imam sciita Nimr al Nimr. 

Ma si propongono nuovi sponsor di una possibile mediazione anche ad Ankara e Berlino, dopo quelli che si erano già fatti avanti a Mosca, Washington e Parigi, mentre gli inviati dei due Paesi all'Onu scelgono questa sede per esporre le loro ragioni. 

La linea ufficiale di Teheran è quella del rammarico per quanto accaduto a Teheran e al consolato di Mashad, di confermare il proprio rispetto dell'obbligo di tutelare le sedi diplomatiche straniere ed il loro personale e di assicurare che i responsabili saranno perseguiti. Ma anche le parole del presidente Rohani - seppur lontane dall'invocazione della "vendetta divina" levata contro i tagliagole sauditi dalla Guida Ali Khamenei - possono pesare come pietre. 

Riad non può "coprire" il suo "grande crimine" della messa a morte di al Nimr rompendo le relazioni diplomatiche con l'Iran, ha detto ieri il presidente della Repubblica islamica. Invitando anche i Paesi europei, sempre sensibili al tema dei diritti umani, a battere un colpo contro chi a Riad reprime il dissenso con le decapitazioni. 

Un'azione concreta inoltre la decide anche Teheran sospendendo il pellegrinaggio alla Mecca dell'Umra, il cosiddetto "piccolo pellegrinaggio" che si può fare in ogni momento dell'anno, diversamente da quello obbligatorio almeno una volta nella vita per ogni musulmano. La misura, già nell'aria ieri, è stata annunciata dal portavoce del governo Mohammad Bagher Nobakht. Che tuttavia non l'ha ricondotta esplicitamente alla crisi in atto, ma alla necessità di migliori garanzie per la sicurezza dei pellegrini, dopo la calca che causò migliaia di morti, fra cui centinaia di iraniani, il 24 settembre alla Mecca: un episodio che aveva riattizzato le tensioni con Riad, accusata di aver gestito male tutto l'incidente e di non aver voluto andare a fondo nella ricerca delle responsabilità. 

Del resto lo stop ai pellegrini da Teheran non è certo un inedito fra i due Paesi: l'ultima volta era accaduto in primavera, dopo un caso di molestie contro due minori iraniani. Insomma, l'Iran tiene il punto ma non sembra voler cedere alle provocazioni. E tramite lo stesso portavoce del governo contrappone implicitamente anche, alla giovane età del ministro degli Esteri saudita Adel Jubeir, la propria storia millenaria e l'esperienza che ne deriva, assicurando anche in questa vicenda l'equilibrio mantenuto nei negoziati per il nucleare. 

Le sue ragioni le invia in una lettera all'Onu - il cui Consiglio di sicurezza ha d'altra parte condannato gli attacchi alle sedi diplomatiche saudite in Iran senza tuttavia citare ne le contestate 47 esecuzioni a Riad né l'unilaterale rottura dei rapporti da parte della monarchia sunnita. Riad è tuttavia pronta a ricucire i rapporti con Teheran, ha detto l'inviato presso l'Onu Abdallah Al Mouallimi, allargando il campo a quel contesto regionale in cui le nuove tensioni in realtà si riconducono, se la Repubblica Islamica "cesserà di interferire negli affari interni di altri Paesi, compreso il nostro". E ha anche assicurato che l'Arabia Saudita "continuerà a lavorare duramente per la pace in Siria". 

Una rassicurazione giunta anche dall'inviato speciale dell'Onu in Siria Staffan de Mistura, molto preoccupato dall'ipotesi che le nuove tensioni possano compromettere i colloqui di pace sulla Siria di fine mese.

 

 

Liberato il frate francescano rapito in Siria

 

BEIRUT.  E' tornato in libertà per la seconda volta in pochi mesi padre Dhiya Aziz, il frate francescano iracheno scomparso nel nord della Siria l'antivigilia di Natale. "Sta bene e ha bisogno di riposo", afferma chi gli ha parlato direttamente nelle ultime ore. Non si hanno invece ancora notizie del gesuita italiano Padre Paolo Dall'Oglio scomparso a Raqqa più di due anni fa e, secondo diverse fonti, da allora in mano all'Isis. Padre Aziz, 41 anni, è il parroco del convento francescano di Yaqubiye, località nel nord-ovest della Siria a maggioranza musulmana ma che fino al 2012 contava una nutrita presenza di cristiani, sia armeni ortodossi che cattolici. Aziz era scomparso la mattina del 23 dicembre scorso, quando era in viaggio in taxi di ritorno dalla Turchia dove era andato a trovare la famiglia lì rifugiata. Aziz, originario di Qaraqosh, nella regione irachena di Mosul ora in mano all'Isis, era stato rapito già a luglio. Ed era rimasto in mano a non meglio identificati uomini armati per una settimana, dal 4 al 10 luglio. Allora, fonti locali avevano puntato il dito sulla Jabhat an Nusra, l'ala qaedista siriana che nella regione nord-occidentale di Idlib ha dal 2013 una crescente influenza sugli altri gruppi armati della Siria in fiamme. 

Fonti vicine a padre Aziz avevano invece attribuito la sua scomparsa a sequestratori non legati ad an Nusra e che erano in cerca di un riscatto. Questa volta il rapimento di Aziz è durato due settimane. E finora non ci sono certezze su chi lo abbia rapito e se sia stato pagato un riscatto. La Custodia di Terra Santa si è limitata a dare conto del fatto che padre Aziz "è stato liberato" e che "sta bene". La Custodia ringrazia "tutti coloro che ci hanno aiutato a liberarlo". Dal canto suo, monsignor Georges Abu Khazen, vicario apostolico di Aleppo dei Latini, ha riferito che Aziz "ha bisogno di riposo perché è molto provato". E che "durante i giorni di prigionia dice di essere stato trattato bene da chi lo teneva prigioniero". 

Padre Paolo Dall'Oglio, fondatore della comunità monastica di Mar Musa nella Siria centrale, è invece scomparso alla fine di luglio del 2013 a Raqqa, controllata dall'Isis. Da allora di lui si sono perse le tracce. Nei mesi scorsi era tornato in libertà padre Jacques Murad, priore del monastero di Mar Elian a Qaryatayn, nella regione di Homs investita in parte dall'offensiva dell'Isis. Padre Murad, membro della comunità di Padre Dall'Oglio, era stato anch'esso in mano ai jihadisti ma era riuscito fortunosamente a fuggire.

Il palinsesto di oggi