Analisi e commenti

Trump e la guerra di tutti contro tutti

Di Dom Serafini

15-01-2016

 

Lo scorso 4 dicembre, tornando da Singapore con una coincidenza a Dubai, negli Emirati, leggo la seguente nota sul quotidiano locale "Golf News": "Daesh [l'equivalente arabo di Isis] sta perdendo la forza di reclutare nuovi combattenti e per questo motivo deve attirare attenzione con azioni terroristiche. Uno dei principali obiettivi di Daesh è generare timore verso le comunità musulmane che vivono in Occidente. Daesh spera che questo timore incoraggi i governi occidentali a prendere delle misure drastiche contro i musulmani e che queste misure provochino un conflitto tra civiltà che risulterà in più reclute, sia per combattere in Medio Oriente che per generare violenza in Occidente". 

Passano appena quattro giorni e il candidato repubblicano alle presidenziali Usa, Donald Trump annuncia che, se eletto presidente, non farà entrare i musulmani in America. A questo fanno subito eco gli altri candidati repubblicani a corto di idee. Inoltre, Trump vorrebbe creare una banca dati per schedare i musulmani e fare portare loro addosso una carta d'identità che li identifichi come tali. 

Esattamente 11 giorni dopo questa sfortunatata uscita di Trump, il candidato democratico alla presidenza, Hillary Clinton, come se facesse eco all'articolo su "Gulf News" citato sopra, afferma che Trump "sta diventando il miglior reclutatore di combattenti per Isis". 

Trump non si rende conto che l'operato di Daesh in Siria potrebbe dar luogo a ciò che il filosofo inglese Thomas Hobbes (1588-1679) ha definito "la guerra di tutti contro tutti". 

In Medio Oriente ora abbiamo (per il momento sotto controllo): la Russia contro la Turchia; la Turchia contro i curdi, i quali combattono contro Daesh; i Russi contro i ribelli siriani e l'America contro l'esercito siriano; Giordania, Iraq, Iran e Usa contro Daesh e Iran contro Arabia Saudita (per ora solo in Yemen). Ad ogni modo, se il conflitto dovesse estendersi, gli Emirati, Kuwait, Qatar, Bahrein e Oman sarebbero pronti ad appoggiare i sauditi contro gli iraniani. 

Poi, i turchi appoggiano Daesh perché non vogliono che si crei uno stato curdo e, nonostante si dicano contrari, anche gli Emirati, l'Arabia Saudita e Qatar aiutano Daesh a combattere l'Iran. 

Il paradosso è che il presidente della Siria Bashar al Assad, non va contro Daesh, perché quest'ultimo combatte contro i ribelli siriani; il gruppo terroristico al Qaeda in Siria appoggia il gruppo separatista Al Nusra, che è contro gli altri gruppi separatisti (secondo la rete TV inglese Bbc, in Siria operano circa 1.000 gruppi di ribelli contro Assad). 

Per ulteriormente complicare le alleanze, Hezbollah il movimento terroristico finanziato dall'Iran, appoggia l'esercito siriano, creando tensioni con Israele, che considera Hezbollah una grave minaccia. 

Per finire (ma l'elenco non è completo), Olanda, Belgio ed Australia vanno contro Daesh, mentre la Francia combatte contro Daesh in Iraq ma appoggia i ribelli siriani. 

Gli esperti sembrano d'accordo nel dire che, seppur in Medio Oriente si possa creare una situazione hobbesiana di "bellum omnium contra omnes", non si tratta di una guerra di religione fra sunniti e shiiti, ma di un conflitto per il controllo della regione. 

Pertanto, prima di gettare legna sul fuoco, Trump ed i suoi seguaci candidati repubblicani dovrebbero studiare bene le conseguenze delle loro parole, se è vero che vogliono il bene dell'America. 

Tutto questo senza togliere nulla alle responsabilità del presidente Barack Obama che ha fatto peggiorare la situazione di instabilità nel Medio Oriente creata ed ereditata dall'amministrazione di Dick Cheney.  

 

 

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