Analisi e commenti

Esteri e lotta al terrore: Tra buonismo e xenophobia, due strategie fallimentari

Di Stefano de Angelis

07-04-2016

 

In seguito agli attacchi di Parigi, all'arresto di Salah Abdeslam e ai tragici fatti di Bruxelles, molto è stato scritto circa le minacce interne che l'Occidente deve fronteggiare in questa difficilissima congiuntura storica. Troppi di questi testi, però, si sono limitati a considerare il pericolo rappresentato da quella parte di comunità musulmana che, a causa della scarsa integrazione o dell'efficienza dei predicatori/reclutatori, guarda con particolare passione al radicalismo di matrice wahaabita o, nel caso peggiore, allo Stato Islamico.

Ciò ha portato la nostra annoiata e scarsamente informata opinione pubblica, a dibattere sulla modalità con cui è possibile evitare che all'interno delle grandi città come Roma, Parigi, Londra e New York, si rafforzino le realtà politiche e sociali parallele e autonome rispetto all'autorità laica dello Stato.

Al di là del fatto che forse è già troppo tardi per correre ai ripari (soprattutto a causa della lentezza dell'azione dei Governi e degli anni trascorsi senza prendere contromisure), secondo chi scrive, tale riflessione ha finito per rendere meno evidente che il vero nemico degli occidentali sono gli occidentali stessi e la loro superficialità, la loro paura di agire. Per quanto tale considerazione possa sembrare una mera provocazione o un semplice esercizio intellettuale, vi sono tuttavia numerosi elementi che sembrano dimostrarne la fondatezza.

Innanzitutto, l'Occidente e i suoi cittadini sono ostaggio degli egoismi di alcuni stati che perseguono stabilmente interessi propri, senza curarsi delle conseguenze che questi possono avere sugli equilibri geopolitici mondiali. Restando nel campo della sicurezza e della politica estera, gli esempi più eclatanti sono quelli relativi allo sciagurato intervento in Libia e al contrasto al regime siriano (che hanno gettato nel caos l'intero Mediterraneo) o alla crisi scatenata in Ucraina due anni addietro, che ha portato ai minimi storici i rapporti con la Russia.

Naturalmente, la responsabilità di questi errori va attribuita anche a quei Paesi che, per debolezza, incapacità o disinteresse, hanno agito da yes-man, avvallando qualsiasi decisione, pur sapendo che nella maggior parte dei casi i costi sarebbero ricaduti specialmente su di essi. Non è difficile comprendere che l'esempio più classico di tale comportamento è l'Italia, che con un lassismo ormai adibito a politica ufficiale, rappresenta il Paese che più subisce le sciagurate decisioni politiche altrui. Oltre a ciò, come se non bastasse quanto detto finora, gli abitanti dell'Europa e dell'America sono spesso vittime del loro stesso anti-occidentalismo, del loro terzomondismo, di un senso di colpa che tante volte non dovrebbe esistere.

Tutto ciò ha portato ad un'evidente sterilità e superficialità nei dibattiti che inevitabilmente prendono vita dopo ogni attacco al cuore della nostra civiltà. Per quanto possa sembrare una questione marginale e quasi filosofica, questo tema è particolarmente importante, perché rappresenta una delle ragioni per cui i tentativi di proporre strategie organiche e pragmatiche per difenderci dall'estremismo islamico, falliscono quasi sempre sotto i colpi dei diversi populismi e buonismi.

Da un lato, infatti, vi è il popolo dei social con hashtag in stile #prayfor (seguito puntualmente dal nome della città colpita), dall'altro quello di chi non fa che invocare la costruzione di lager in cui rinchiudere tutti gli islamici d'Occidente. Al di là delle ovvie considerazioni di natura etica e culturale, che fanno intuire la pochezza di questi approcci, entrambe le azioni non fanno che arrecare paradossalmente, danno proprio a noi. La reazione politicamente corretta, infatti, dimostra ai nostri nemici che non solo non siamo pronti a difenderci ma, anzi, che speriamo ancora di poter combattere la furia omicida con slogan e buoni sentimenti. 

Per quanto encomiabile, tale fiducia riposta sulla non-violenza non ha avuto alcun risultato, anzi ha creato quel falso senso di sicurezza per cui sarebbero sufficienti manifestazioni di piazza per fermare il terrorismo islamico, e non ingenti investimenti nell'ambito dell'intelligence e della sicurezza uniti ad un radicale ripensamento della nostra strategia militare e diplomatica. 

Va inoltre sottolineato, che proprio coloro che supportano tale linea di pensiero sono i maggiori supporters dei tagli al budget della difesa o dei Ministeri degli Interni, salvo poi stupirsi dell'incapacità dei corpi di polizia e militari di far fronte, senza avere le risorse opportune, ad una minaccia senza precedenti nella storia.

Infine vi è la corsa allo slogan xenofobo e anti-islamico, che oltre a rappresentare la negazione stessa dei valori fondamentali per cui dovremmo combattere, fa il gioco dei reclutatori dell'Isis, che hanno così vita facile per far sembrare la Ue e gli Stati Uniti degli Stati crociati pronti alla Guerra Santa.

Come se tutto questo non bastasse, la violenza verbale rischia di farci perdere anche il fondamentale appoggio dei cosiddetti musulmani moderati, il cui apporto è determinante per vincere questa guerra, in quanto possono assestare, se solo lo volessero, un colpo mortale all'estremismo agendo all'interno del suo tessuto sociale. 

 

 

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