Il fatto

Miracolo in Val di Noto. Il recupero di una antica masseria

01-05-2016

 

NEW YORK. Non è d'accordo l'architetto Roberto Brambilla sul fatto che il sonno sia ciò che i siciliani vogliono. "La Sicilia pullula di giovani creativi, ha un potenziale di crescita enorme", ci dice smentendo la celebre frase che il principe di Salina pronucia nel Gattopardo. Non odieranno nemmeno chi li vorrà svegliare dunque? "La Sicilia è sveglissima", continua, "il periodo peggiore è passato, se ne sono accorti gli inglesi per esempio, che ormai la preferiscono alla Toscana". Ci troviamo nello studio dell'architetto a Tribeca, dove lavora e vive, da quando nel 1970, fresco di laurea al Politecnico di Milano e master ad Harvard, mise piede in una New York "molto più vibrante" di quella attuale, secondo le sue parole. 

Milanese di nascita, questo "pioniere per vocazione" è legato alla Sicilia non solo dall'italianissima passione per il bello, ma anche per via materna. La retorica della forza del sangue e la potenza del matriarcato vanno di pari passo, nel suo caso, con un pragmatismo di stampo lombardo-anglosassone. Un bel mix, non c'è che dire. Il risultato lo tocchiamo con mano nel progetto del Casal di Noto, il recupero di un'antica masseria fortificata nel rispetto dell'architettura e dei materiali originali. Le suite dell'hotel sono già completate e le prenotazioni sono aperte al sito www.casaldinoto.com. Gli ospiti troveranno 16 mini-loft arredati con uno stile essenziale, dotati di ogni comfort, affacciati sulla corte centrale, detta Piazza Baronale.  Il progetto però non si esaurisce con la zona alberghiera, in cantiere ci sono la scuola gastronomica, il museo del vino, il villaggio universitario e le residenze degli artisti. La strada è ancora lunga, ma la parte più difficile è alle spalle. 

Il "romanzo" inizia nel 2005 quando Brambilla ha rilevato con altri 4 soci, un casale abbandonato nella valle di Noto, con l'intenzione di creare un centro polivalente. "In Sicilia c'è un abbondanza di monumenti minori dimenticati", ci spiega, "fattorie, chiese, villaggi evacuati, un'architettura storica che muore lentamente. Se tutti noi ‘italici' (come dice il mio amico Piero Bassetti), riscattassimo questo patrimonio trascurato, porteremmo benessere e lavoro". Tra il dire e il fare in questo caso c'è di mezzo un mare tempestoso, sia per problemi di logistica, spostamenti tra Usa e Italia, sia per gli ostacoli di natura burocratica. 

Vogliamo partire dalla prima pagina del romanzo? "La storia inizia dopo il terremoto del 1693 che ha distrutto Noto. Il gioiello barocco, decretato patrimonio dell'umanità dall'Unesco, che conosciamo ora è frutto della ricostruzione che ne seguì", attacca l'architetto, "A Noto vivevano a quel tempo i baroni Rizzone, un'antica famiglia del luogo, che decisero di costruire la nuova residenza fuori dalla città. Nasce così il casale, una struttura fortificata, adatta a contrastare gli attacchi dei briganti, sul modello dei chateau francesi. Intorno agli anni Quaranta, con l'inizio della Seconda guerra mondiale, la famiglia abbandona la grande casa. Ci sono varie storie appetitose che circolano, come quella di una figlia del barone che tornava a Noto perchè aveva una relazione clandestina con il prete, ma non voglio dilungarmi". 

Parliamo di voi soci invece, quando siete arrivati? "Esattamente settanta anni dopo. Abbiamo visto questo rudere ed è partito un sogno diventato poi realtà nel 2005 quando abbiamo investito di tasca nostra un milione e mezzo di euro. Soldi finiti presto perché il lavoro di ristrutturazione comportava interventi impegnativi come il rafforzamento delle fondamenta (l'edificio era compromesso da crepe strutturali), il rifacimento di tetti e pavimenti, il recupero di dettagli importanti, spariti negli anni nel corso di ruberie". 

Quindi? "Trascorso un anno dall'inizio dei lavori, senza più un soldo in tasca, decidiamo di rivolgerci al sindaco di Noto. Gli spieghiamo il progetto, è entusiasta, ma ci risponde ‘non abbiamo soldi'. Mi consiglia di andare dal vicepresidente della Regione Sicilia, ex sindaco di Siracusa. Progetto fantastico, ci dice, però ‘non abbiamo soldi'. Però ci promette di inserire una clausola nella domanda di richiesta dei finanziamenti della Comunità europea a fondo perduto per un ‘grant' a nostro favore. Fantastico, pensiamo". 

Che cosa succede allora? "Niente. Passa il tempo e non accade nulla. Nel 2009 finalmente esce un bando per la creazione di piccole strutture alberghiere. Abbiamo tre settimane di tempo per aggiungere la sezione hotel e presentare il progetto, corriamo, ce la facciamo. Nel frattempo ci troviamo nel mezzo di un marasma politico, cade la giunta Cuffaro, ci sono indagati, scandali e via di seguito. Siamo nel 2012 e dal Giornale di Sicilia apprendiamo di essere stati inclusi nei finanziamenti, l'anno dopo figuriamo tra i finalisti. I soldi che ci verranno destinati ci rendiamo conto che non saranno sufficienti, allora ci rivolgiamo alle banche e con molta difficoltà, per via del ‘credit crunch', otteniamo un prestito". 

Dove siamo arrivati? "Giugno del 2015, la data di consegna. Se i permessi non fossimo riusciti ad ottenerli entro questa data, avremmo dovuto restituire il 50 per cento dei soldi. Lavoriamo trafelati, c'è un'estensione fino a dicembre. Infine tagliamo il traguardo". 

I nostri coraggiosi "italici" dopo aver messo a punto il piano architettonico si stanno concentrando sull'aspetto culturale del progetto. Il Casale ha infatti l'ambizione di porsi come anello di congiunzione tra gli ospiti internazionali e la cultura locale. L'equazione tra globalismo e localismo dovrà trovare qui la sua sintesi perfetta. 

Quali saranno i prossimi capitoli? "Il nostro impegno principale consiste ora nel portare a termine la seconda parte del progetto", risponde Roberto Brambilla, "con la realizzazione della scuola gastronomica, sotto il segno dello slow food, del villaggio per gli artisti, con il Parco d'arte, del museo del vino e il campus universitario. Si tratta di trovare nuovamente dei finanziamenti e di intrecciare relazioni con esperti nel campo gastronomico e appassionati d'arte. Per il momento non c'è nulla di certo, stiamo creando dei ponti. Per esempio ho contattato Carlo Petrini, il fondatore del movimento Slow Food, per un possibile scambio futuro tra la sua Università degli Studi di scienze gastronomiche con sede in Piemonte e la nostra scuola. Ho incontrato Rosario Gugliotta presidente di Slow Food Sicilia che conosce bene il territorio e i produttori locali di cibo e di vini. Per approfondire le usanze e i costumi dell'isola ho fatto delle lunghe chiacchierate con il sociologo Roberto Moscati, che ha insegnato all'Università di Catania. Vorremmo anche realizzare un museo del vino ‘olfattivo' e ‘interattivo' con un concorso annuale e la presenza di enologi da tutto il mondo. Ci piacerebbe inoltre, nell'area del Campus, dar vita ad una Summer School americana con un programma di studi sulla sperimentazione agricola. Non dimentichiamo infine la produzione di artigianato locale, una realtà ricchissima, a rischio di estinzione, che merita un rilancio in grande stile". Parlavamo appunto d'arte.... "Sì, il nostro progetto prevede dieci residenze per artisti, un programma di ospitalità che potrebbe essere finanziato da una fondazione internazionale. Al termine della loro permanenza, gli artisti saranno invitati a donare un'opera da esporre nel Parco d'arte, una specie di museo en plein air". Per raccogliere contributi i soci del Casal di Noto ha creato la non profit "Art & Landscape Foundation", destinata in particolare a quella folta schiera di "italiani all'estero" intenzionata a sostenere e far parte attivamente del Casale.

Il nostro incontro si conclude. Ci incamminiamo su Broadway per raggiungere un chiosco di succhi di frutta, sognando di assaporare i sorbetti di "scorzonera o cannella" citati dal Principe nel Gattopardo. Un'ultima domanda Roberto, se non è il business la benzina di questo progetto, qual è il sogno che vi muove? "Vorrei lasciare un'opera di valore su questa Terra, non è un motivo sufficiente?". Sì lo è. 

 

 

 

 

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