Dall'Italia

Mafia. Il generale Mori assolto anche in appello

20-05-2016

 

PALERMO. Assoluzione piena perché "il fatto non costituisce reato". La stessa disposta dai giudici di primo grado che, dopo una brevissima camera di consiglio e 5 anni di dibattimento, affermarono l'innocenza degli ex ufficiali del Ros Mario Mori e Mauro Obinu dall'accusa di favoreggiamento del boss Bernardo Provenzano. Ora siamo in appello. Il processo è durato due anni e 22 udienze. 

La camera di consiglio tre giorni. Sono cambiati i rappresentanti dell'accusa: sul banco ci sono il procuratore generale Roberto Scarpinato, l'uomo che ha portato alla sbarra Giulio Andreotti, e il sostituto Luigi Patronaggio. E anche le contestazioni sono parzialmente diverse. E' rimasta l'imputazione: avere garantito la latitanza del padrino di Corleone, ma è cambiato radicalmente lo scenario. Sparita l'aggravante della trattativa, l'oscuro patto tra Stato e mafia che, secondo la Procura, avrebbe fatto da sfondo e giustificato la concessione dell'impunità al boss. I pg non ci hanno creduto e l'hanno cancellata escludendola. Come quella mafiosa. Ma l'assoluzione è arrivata di nuovo. "Mi è stato restituito l'onore come ufficiale dei carabinieri e come uomo", ha commentato il generale. 

Dal dispositivo, letto in aula dal presidente Salvatore Di Vitale, sembra di capire - anche se risolutivo sarà leggere le motivazioni - che la corte non solo non ha creduto alla colpevolezza dei due ex ufficiali del Ros, ma ha anche decisamente bocciato il tentativo della procura generale di costruire attorno alla mancata cattura di Provenzano uno scenario più complesso. 

Scarpinato aveva cercato di far entrare nel dibattimento elementi che potevano provare i rapporti oscuri di Mori con ambienti dei Servizi deviati e della destra, ipotizzando che l'ex capo del Ros si fosse mosso obbedendo a input extraisti-tuzionali che avevano interesse all'impunità di Provenzano, ritenuto esponente dell'ala "moderata" di Cosa nostra in contrapposizione agli stragisti di Riina. Ma la corte le nuove carte non le ha fatte entrare. E al vaglio dei giudici è rimasto un processo orfano di un contesto, quello della cosiddetta trattativa, e in fondo di un movente. "Non mi serve il movente", aveva detto Scarpinato in requisitoria. Ritenendo sufficiente e provata l'ipotesi che, non autorizzando il blitz che, nel '95, avrebbe potuto portare alla sua cattura, Mori e Obinu avessero consentito la fuga al capomafia. E poi non approfondendo le dritte di un confidente e di un collega del Ros gli avrebbero garantito ancora 11 anni di vita da uomo libero. Una costruzione, che ha escluso anche l'agevolazione di Cosa nostra - come se far fuggire il capo della mafia non garantisse vantaggi anche all'associazione - che evidentemente non ha retto. "Spero sia la fine di un accanimento giudiziario che dura da anni", ha commentato il legale di Mori e Obinu, l'avvocato Basilio Milio riferendosi al processo per la mancata perquisizione del covo di Riina, da cui Mori fu assolto, e a quello sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia in cui il generale è tuttora imputato. "Un dibattimento clone di questo", l'ha definito il difensore, che non potrà non risentire il contraccolpo di questa seconda assoluzione. 

Un verdetto che si aggiunge al proscio-glimento in abbreviato dell'ex ministro Calogero Mannino, altro protagonista, secondo l'accusa, della trattativa, assolto ad ottobre. 

"Questa nuova assoluzione è un ulteriore passo avanti per dimostrare la mia innocenza rispetto alle accuse che mi vengono rivolte. Sono estremamente soddisfatto", commenta Mori. Cosa resta dell'atto di accusa a carabinieri del Ros, politici e mafiosi, protagonisti di un accordo che sarebbe passato anche attraverso la garanzia di impunità a Provenzano, oltre che per ammor-bidimenti nella linea d'attacco a Cosa nostra, si saprà solo dopo aver letto le motivazioni della sentenza di ieri e di quella Mannino, ancora non depositata. 

Con la tesi della trattativa, però, i giudici che assolsero Mori in primo grado non furono teneri, negandone la fondatezza senza mezzi termini. Nel giorno del verdetto tace l'accusa. I pg hanno lasciato l'aula senza fare commenti. Meno cauto, dopo la sentenza di primo grado, fu l'aggiunto Vittorio Teresi che diede al collegio che aveva scritto la motivazione un 4 meno. Giudizio che gli è costato un procedimento disciplinare ancora in corso. 

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