Dal Mondo

Bliz nella Moschea Rossa. Un ferito

Pakistan / Moschea Rossa. Assalto all'alba

di Barbara Alighiero

10-07-2007

IL CAIRO. Falliti i negoziati, dopo un assedio di sette giorni, le forze di sicurezza pachistane hanno dato l’assalto all’alba di ieri alla Moschea Rossa, nel centro di Islamabad, uccidendo almeno una cinquantina di radicali islamici, incluso il loro leader. Un bilancio pesante, forse destinato ad aggravarsi, che è difficile dire quale impatto politico avrà sul presidente generale Pervez Musharraf. Una battaglia lunga e violenta, condotta da uomini determinati e pesantemente armati, che confermerebbe come all’interno della grande area della moschea non ci fossero solo studenti o religiosi. In tarda serata, dopo 18 ore, conquistato dai militari il controllo sul 90 per cento del complesso, i combattimenti cominciati alle 04:00 del mattino locali continuavano nei sotterranei dove ancora erano asserragliati dei militanti, secondo le autorità elementi legati alla rete terroristica di al Qaeda, forse con donne e bambini in ostaggio. Per tutto il giorno, mentre le esplosioni rimbombavano e il fumo bianco saliva dalla moschea, nel centro di Islamabad, parenti degli studenti della madrassa, la scuola coranica affiliata, hanno atteso in silenzio, tenuti lontani dalla polizia, oltre le barriere di filo spinato, nel quartiere ormai deserto, da una settimana senza acqua e luce, dove anche l’ambasciata di Finlandia è stata costretta a chiudere. La rassegnazione delle madri ad avere un figlio martire, un obbligo e un onore che non si può rifiutare nel mondo islamico radicale, è stata spesso violata dalle lacrime. Non è chiaro quante persone fossero all’interno del complesso al momento dell’attacco. Cinquanta uomini si sono arresi. Altrettanti donne e bambini sono stati tratti in salvo dalle autorità. Otto militari sono morti. Un numero imprecisato di feriti è stato portato negli ospedali della capitale, mobilitati per una tragedia da zone tribali, da periferia dell’impero, dove la militanza radicale è solida. E la prima reazione della popolazione nella metropoli di palazzi moderni e borghesia laica è stata soprattutto di stupore per le scene di guerra, trasmesse da tutte le televisioni, malgrado i tentativi del regime di limitare l’informazione su quanto stava accadendo nella “moschea dei taleban”. Mentre immediato è stato il risentimento nelle province del Nord Ovest, da dove arrivano gran parte degli studenti delle madrassa, giovani di famiglie povere che possono avere un’istruzione solo nelle scuole religiose, dove vengono anche addestrati alla jihad, contro l’invasione sovietica negli anni Ottanta in Afghanistan e contro le forze straniere oggi, o contro l’India in Kashmir. La moschea, Lal Masjid, è nota da anni per le sue posizioni estremistiche. Il mawlana (capo religioso) Abdel Rashid Ghazi, morto oggi a 43 anni - non è chiaro se ucciso dai militanti mentre stava per uscire e consegnarsi o se in una sparatoria con la polizia - era solo una figura di secondo piano della moschea, diretta dal fratello Abdel Aziz, arrestato la scorsa settimana, mentre cercava di fuggire travestito da donna. Abdel Rashid, laureato in storia, si era convertito alla militanza dopo l’assassinio nel 1998 del padre, primo mawlana della moschea. Da sempre in contrasto con il regime di Musharraf per le posizioni fondamentaliste, la Lal Masjid ha scatenato la dura reazione del governo con l’ultima serie di iniziative per “moralizzare” in stile taleban il Pakistan, chiedendo una rigorosa applicazione della sharia (legge islamica). Il casus belli è stato il sequestro il mese scorso di sette cinesi di un ambulatorio di agopuntura, accusate di prostituzione, che ha sollevato risentite proteste della Cina, grande alleato di Musharraf. Il complesso che include la moschea, la madrassa femminile, le abitazioni dei mawlan e vari edifici con una settantina di stanze, è grande quanto due isolati, a pochi passi dalla sede dei servizi segreti pachistani ISI, storicamente sostenitori delle madrassa. L’assedio era cominciato il 3 luglio e almeno 24 persone sono morte nei giorni scorsi in scontri con la polizia. L’opposizione politica pachistana non condanna l’attacco alla moschea, bensì la scarsa determinazione di Musharraf nel combattere il fondamentalismo. A bilancio definitivo, nei prossimi giorni, verrà il giudizio popolare, quando si saprà il numero di morti fra donne e bambini. “Abbiamo agito con cautela per evitare queste vittime”, ha detto il portavoce militare generale Waheed Arshad, giustificando la durata dell’ ‘Operazione silenzio’, che all’inizio era stato detto sarebbe proseguita circa quattro ore. “I radicali hanno opposto una dura resistenza con armi automatiche e granate”, ha aggiunto. 

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